Articoli Ottobre

 

1) Mushroom extract improves cancer survival in dogs

Dogs with hemangiosarcoma that were treated with a compound derived from the Coriolus versicolor mushroom had the longest survival times

ever reported for dogs with the disease.

These promising findings offer hope that the compound may one day offer cancer patients – human and canine alike – a viable alternative or

complementary treatment to traditional chemotherapies.The research was conducted at the School of Veterinary Medicine, University of Pennsylvania.

Researchers – Dr. Dorothy Cimino Brown, professor and chair of the Department of Clinical Studies and director of the Veterinary Clinical

Investigation Center & Dr. Jennifer Reetz,attending radiologist in the Department of Clinical Studies – published their findings in an open-access article in the journal Evidence–

Based Complementary and Alternative Medicine.

Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine

Volume 2012 (2012), Article ID 384301, 8 pages

doi:10.1155/2012/384301

 

 

2) Extract of white button mushroom affects skin healing and angiogenesis.

Lam WP, Wang CM, Tsui TY, Wai MS, Tang HC, Wong YW, Lam LH, Hui LK, Yew DT.

Source Brain Research Centre, School of Biomedical Sciences, Faculty of Medicine, The Chinese University of Hong Kong, Shatin, New Territories,

Hong Kong.

Abstract White button mushroom extract was examined in this study on (1) its potential effect on angiogenesis in chorioallantoic culture and

(2) its recovering effect on the skin after injury in the ICR mice. Methods used included TUNEL assay on apoptosis

immunohistochemistry for vascular endothelial growth factor (VEGF), proliferative cell nuclear antigen (PCNA), epidermal growth factor

(EGF),transforming growth factor β (TGF-β), and immune factor CD4 and western blotting.

The results of chorioallantoic culture showed that the mushroom treatment led to significant increase in densities of VEGF sites.

In the skin injury, ICR mice model increased EGF, PCNA, and collagen fibers, along with decrease of TUNEL positive apoptotic cells and

limited reaction of TGF-β and CD4 indicated that white button mushroom extract appeared to have beneficial effects on skin in regeneration and after injury. Microsc. Res.

Tech. 2012. © 2012 Wiley Periodicals, Inc.

 

 

3) Tè verde possibile cura contro il cancro alla pelle

Un team di ricercatori scozzesi ha ideato un nuovo metodo di somministrazione di una sostanza estratta dal tè verde e che si è rivelato in grado di curare alcuni casi di tumore alla pelle. Alcuni casi di tumore alla pelle sono stati curati efficacemente da alcuni ricercatori scozzesi dell’ Università di Strathclyde e Glasgow mediante l’utilizzo di un composto chimico che si trova nel tè verde, un importante passo in avanti nell’individuazione di possibili cure per i soggetti malati di cancro.Il team di ricercatori, in particolare, ha spiegato la connessione esistente tra cancro alla pelle e tè verde in un articolo pubblicato sulla rivista Nanomedicine. In realtà, l’efficacia del tè verde contro il tumore alla pelle era già stata provata da tempo, tuttavia l’applicazione in concreto di questa soluzione fino a prima di questi esperimenti non aveva portato a grandi risultati, in quanto portare i composti del tè al tumore tramite una tradizionale somministrazione intravenosa non si era rivelato un metodo molto efficace, dal momento che in questo modo al tumore arriva una quantità di estratto insufficiente.La novità, dunque, sta nel metodo di somministrazione della sostanza. I ricercatori scozzesi, infatti, sono riusciti a sviluppare un metodo specifico per applicare l’estratto, conosciuto come gallato di epigallocatechina (EGCG), direttamente nei tumori ideando un sistema di somministrazione mirato che funziona fondendo l’estratto con le proteine che portano molecole di ferro, che a loro volta sono assorbite dal tumore. L’efficacia di tale metodo è stata confermata attraverso uno studio in laboratorio su due diversi tipi di cancro della pelle: circa due terzi dei tumori cui era stato somministrato si sono ridotti o sono scomparsi nel giro di un mese, senza che siano stati riscontrati effetti collaterali a carico dei tessuti sani.Come ha spiegato la dott.ssa Christine Dufès dell’Università di Strathclyde, che ha coordinato il team di ricercatori, i risultati di questa ricerca potrebbero portare a nuove cure per quella che è ancora una delle principali malattie mortali in molti paesi. Basti pensare ogni anno si verificano in tutto il mondo tra i 2 e i 3 milioni di casi di cancro alla pelle non melanoma e circa 132.000 casi di cancro alla pelle melanoma.

 

4) OTZI  e il mistero del poliporo

Della celeberrima ‘Mummia dei ghiacci’ o ‘Uomo del Similaun’, tradizionalmente chiamato Őtzi, la gente sa ormai quasi tutto, perchè gli studiosi lo hanno voltato e rivoltato, sottoponendolo ad una gamma di analisi sterminata e a sofisticatissimi esami endoscopici e bioptici, oltre che a comparazioni paleoantropologiche, a studi paleoclimatici e archeobotanici. Di pari passo, anche il suo ‘corredo’- ovvero il materiale rinvenuto a poca distanza dal suo corpo congelato e mummificato naturalmente- ha subìto la stessa sorte. Sono emersi molti dati, talvolta sorprendenti, che hanno consentito di fare luce sull’ambiente in cui viveva quest’uomo, oltre tremila anni prima di Cristo. Ma diversi misteri restano, e ci mancherebbe non fosse così! La Ricerca si arresterebbe e diverrebbe mero accanimento scientifico mentre lo scopo è quello di capire il nostro passato. Quando si presentano casi come questo, in cui un essere umano di 5.300 anni è pervenuto a noi praticamente intatto, grazie al ghiaccio che lo ha ricoperto e congelato per millenni, la scienza giustamente esulta ed è chiamata a dare risposte. Ne venissero ritrovate altre, di mummie analoghe, Őtzi resterebbe sempre la più importante. Per questo a lui è riservata un’intera ala del Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, che abbiamo avuto il piacere di visitare recentemente. Chiuso in una cella con un microclima idoneo alla sua conservazione, lo si osserva da una semplice finestrella 40 x 40 cm per pochi minuti (per far posto a tutti i visitatori che attendono), mentre il suo corredo è esposto come reliquia nelle vetrine.Dal 3 ottobre 2009 e fino al 10 maggio del 2010, anche la città di Bergamo dedica una mostra all’Uomo del Similaun, che pure abbiamo avuto il piacere di visitare. Inoltre, in corrispondenza delle giornate di Bergamo Scienza (3 – 18 ottobre 2009), sono state organizzate anche due conferenze a tema, ad una delle quali abbiamo partecipato, quella tenuta dal prof. Klaus Oeggl[1], specializzato in archeobotanica.Alcune parole del professore, unite alle nostre recenti visite, hanno dunque acceso in noi il desiderio di dedicare ad Őtzi una pagina nel nostro sito, dando un certo spazio ad alcune curiosità e ad alcuni misteri che ancora restano aperti. La consulenza dell’amico Gianluca Toro, chimico, ci ha supportato nelle considerazioni di tipo micologico che sviscereremo nel prosieguo dei nostri “due passi”, sempre tesi a considerare gli aspetti meno inflazionati di un dato argomento. Superfluo perciò dilungarci su notizie che ormai sono storia; ne accenneremo solamente.La zona, circolettata, dove fu scoperto il corpo di Őtzi (foto scattata, con autorizzazione, alla Mostra ‘L’uomo venuto dai ghiacci’, Bergamo)Una data palìndroma Il 19 settembre 1991 una coppia di escursionisti tedeschi (eccellenti alpinisti), Erika ed Helmut Simon, scorse, a 3.200 metri di altitudine, sul massiccio dell’ Őtzal, un cadavere umano che emergeva dalla neve congelata. La loro meta era il rifugio del Similaun, e in breve dovevano raggiungere il Giogo di Tisa, un valico che è appena segnalato sulle mappe, quasi avesse poca importanza, sul confine tra Italia ed Austria. Quella data, anzitutto, ha destato curiosità, a posteriori: 19/9/1991: è una di quelle che si possono leggere da sinistra a destra e viceversa, palindroma! Qualcuno, a suo tempo, disse che era un segno del destino: se i due escursionisti fossero passati il giorno prima, la neve avrebbe coperto ancora la mummia e non l’avrebbero mai notata. Ma quel giorno il sole – sul finire di un ‘estate particolarmente calda – fece sciogliere quel tanto che bastava la neve, perchè il sonno di quell’ uomo millenario venisse scoperto (qualcuno, e capiremo dopo perchè, disse ‘violato’).Visto che si trovava sul massiccio dell’ Őtztal, verrà quasi subito chiamato Őtzi, la mummia dei ghiacci (o Iceman) ma anche Uomo del Similaun. I due scopritori, giunti al rifugio, riferirono del ritrovamento; ma dato che non era la prima volta che cadaveri umani emergevano dai ghiacci (sfortunati alpinisti o sciatori travolti da valanghe), nessuno si mosse immediatamente, tanto più che la competenza territoriale era dubbia:toccava agli italiani o agli austriaci? Inizialmente se ne occuparono i secondi, ed è per tale ragione che per anni la mummia del Simulaun verrà conservata all’Istituto di Anatomia di Innsbruck e solo in un secondo momento verrà definitivamente trasferita a Bolzano (quando si farà chiarezza sui confini territoriali e sulle competenze, vista anche l’importanza del …soggetto!).Il famoso alpinista Reinold Messner  in compagnia di un amico e di una guida, Kurt Fritz, venuto a conoscenza di questo ritrovamento, decise di andare a vederlo e comprese che non si trattava di un escursionista recentemente scomparso in quanto- dando un’occhiata ai reperti e all’abbigliamento rimasto- capì che non erano di un’epoca che la memoria ricordasse. Da quel momento in avanti il sonno di Őtzi non trovò più il silenzio della montagna a fargli compagnia. Dal martello pneumatico usato incautamente per estrarlo dalla sua tomba di ghiaccio, in cui era intrappolato dalla cinta in giù (operazione che gli causò anche una abrasione alla coscia), alle successive operazioni di analisi scientifica, l’uomo dei ghiacci venne esaminato da decine di esperti, la sua immagine fece il giro del mondo e divenne un caso assoluto. Soprattutto man mano arrivavano i dati che, nel corso del tempo, hanno subito vari aggiustamenti, perfezionandosi le tecniche di indagine. Con il passare degli anni, infatti, sono state avanzate teorie che poi sono state smentite, mentre ne sono comparse di nuove e sorprendenti.Dal 1991 al 1998 l’uomo del Similaun fu studiato dalla Facoltà di Preistoria Alpina dell’Università di Innsbruck, poi soppressa nel 1998; al suo posto è stato creato nel 2007 l’ Istituto per le mummie e l’Iceman (EURAC), che coordina e sostiene la ricerca sull’Uomo venuto dal ghiaccio ed altre mummie, collaborando con il Museo Archeologico dell’Alto Adige. Visitando il luogo dove oggi Őtzi riposa, senza che possa mai essere spostato, e seguendo le ultime conferenze in materia, possiamo scrivere qualche notizia in merito alle ultime scoperte e ai nuovi misteri emersi.Ricostruzione della situazione al momento del ritrovamento della mummia di Őtzi (foto scattata, con autorizzazione, alla mostra “L’uomo venuto dai ghiacci”, Bergamo): il corpo si presentava di schiena, con il volto affondato nel ghiaccio.

Certezze e interrogativi

Oggi sappiamo che egli visse nel Neolitico, circa 5.300 anni fa e che morì  attorno ai 45-46 anni d’età per un’emorragia all’arteria ascellare, causata da una ferita da punta di freccia (scoperta nel 2001, a distanza di ben dieci anni dal ritrovamento), scagliata alle sue spalle. Il nostro Uomo dei ghiacci fu ucciso. Da chi e perchè ovviamente non si sa, anche se si fanno supposizioni (ci sono esperti per ogni enigma!). La smorfia di dolore eterna che gli è rimasta sul volto è abbastanza eloquente, a nostro avviso. Ma il sangue fuoriuscito dalla ferita dov’è finito, dal momento che non ne è stato trovato? Inoltre, recentemente si è determinato che le tracce ematiche umane scoperte vicino al corpo non sono ‘da contaminazione’ (cioè di epoca moderna) e non apparterrebbero a Őtzi (il tipo di DNA è diverso), sebbene siano del medesimo ceppo genetico (popolazione sub-alpina di una stessa etnia). Era quello di persone contemporanee all’uomo del Similaun e forse, in via dubitativa, dei suoi aggressori? Si tratta del DNA di 4 persone diverse, corrispondenti ad altrettante tracce di sangue:una sulla parte posteriore del mantello, un’altra sulla lama di selce del pugnale e due sulla punta di freccia. Ma se il suo pugnale è stato trovato ancora nel fodero, è evidente che Őtzi non lo ha usato per una eventuale difesa (avrebbe infatti usato le mani per proteggersi, poichè sono stati trovati dei tagli su di esse). Il sangue altrui come è dunque finito sul suo stesso pugnale?

Particolare del volto di Őtzi nella sua cella del Museo Archeologico di Bolzano (foto autorizzata per la pubblicazione, vedi a fondo pagina). Il braccio sinistro è ‘fissato’ in quella posizione dal momento del decesso.

Viveva con ogni probabilità più a sud di dove è stato ritrovato, nell’area di Bressanone (BZ), appartenendo forse ad una cultura sub-alpina. La tesi che lo riteneva un pastore è superata, come ha affermato il prof. Klaus Oeggl in conferenza. Ma capire chi fosse veramente è arduo. Aveva delle frecce molto più lunghe del necessario, nella faretra, perché? L’arco in legno di tasso (il migliore, che ancora oggi si usa) non era finito, l’uomo lo doveva forse approntare mentre sostava sulla montagna, credendosi ‘in pace’…! Il suo equipaggiamento prevedeva anche un pugnale ben lavorato e un’ascia con lama in rame, dettaglio che fa capire che doveva essere un personaggio di rango elevato. E’ stato possibile raccogliere campioni dell’ultimo pasto nel suo stomaco, scoprendo di cosa si era cibato ed è emerso, dalle ultime ricerche, che non è vero che il suo nutrimento fosse esclusivamente vegetale. La presenza di fibre muscolari ha permesso di risalire al fatto che avesse mangiato carne di Cervo elaphus e di Capra ibex. Nello stomaco c’erano anche resti di pappa di farro e verdure. Inoltre, aveva bevuto acqua dal ghiacciaio.

Metà del naso della mummia manca, l’orbita sinistra sembra vuota mentre, in quella destra, è ancora presente un occhio azzurro, forse strabico. Le orecchie si sono seccate e quella di sinistra è piegata. Gli esami radiografici hanno permesso di cogliere una rarità nel suo apparato scheletrico:era privo della coppia della dodicesima costa, cosa che non gli creava alcun problema, mentre aveva subìto delle fratture costali all’emitorace sinistro, che si erano rimarginate completamente,  mentre nella parte destra ci sono fratture alle coste non rimarginate. Gli studiosi si interrogano sulle modalità e sull’epoca in cui l’Uomo dei ghiacci se le procurò. E’ possibile che possa essere stata la pressione del ghiaccio a causargliele? Tra l’altro quest’ultima eventualità avrebbe anche determinato le deformazioni del suo cranio.

Őtzi non ha l’epidermide esterna e non ha i capelli. Sulle sue unghie sono state rilevate tre linee di Beau, che corrispondono a tre diversi momenti di stress da lui subiti, avvenuti con ogni probabilità 8, 13 e 16 settimane prima della sua morte. L’ultimo attacco fu il più pesante. Tuttavia gli studiosi non hanno identificato la malattia cronica che causò la formazione di questi solchi trasversali sulle unghie (ma forse potrebbero essere in relazione con la parassitosi intestinale, come alcuni ricercatori ipotizzano) In realtà, oggi sappiamo che le linee di Beau possono anche essere generate da altri fattori (come la carenza di zinco) o possono essere indotte farmacologicamente (rientrano tra gli effetti collaterali più frequenti dei chemioterapici). In assenza di dati anamnestici (come è evidente nel caso di Őtzi!), possiamo dire in modo generico che le linee di Beau indicano una malattia pregressa; se sono presenti su tutte le unghie di una mano o di entrambe le mani, potrebbero segnalare che l’individuo è affetto da una grave patologia. E’ interessante osservare come, in alcune circostanze particolari (ad esempio in caso di un’emorragia con pericolo di vita ed ipotensione), si possano formare le linee di Beau in tutte le unghie. Non è chiaro se Őtzi presentasse questo fenomeno su una o più unghie, ma il fatto che egli morì proprio per un’emorragia acuta, potrebbe accordarsi con la seconda ipotesi.La sua morte è avvenuta –secondo gli studi più recenti- in primavera, contrariamente a quanto si riteneva. Infatti, secondo il prof. Oeggl, il processo di  post-mortem è passato attraverso tre fasi: immersione in acqua per 4-6 settimane, disseccazione con perdita del 30% di acqua, e successivo incapsulamento tra la neve e il ghiaccio (che ha decretato la sua conservazione così come si trovava in quel momento). Őtzi è considerato una mummia umida.Tutto il repertorio di oggetti che l’uomo aveva con sè denota che non fosse affatto uno sprovveduto:si era preparato come quando noi ci accingiamo a fare una trasferta, portando le cose che sappiamo servirci in determinate condizioni (chiaramente immedesimiamoci cosa potesse contare maggiormente alla sua epoca). Molti sono concordi nel definirlo un saggio, perchè – oltre al fisico- forse  Őtzi badava anche allo spirito, a quel concetto astratto e vitale che è in ciascun individuo. Tra gli aspetti curiosi del suo aspetto fisico spuntano sedici tatuaggi di colore nero-blu, sottoforma di piccole linee sia parallele che cruciformi, incisi in zone corporee corrispondenti a quelle che gli agopuntori cinesi conoscono bene, essendo ritenute ‘nodali’: sapendole opportunamente stimolare, allevierebbero dolori o squilibri organici. Ben 9 tatuaggi si trovano sul cosiddetto ‘meridiano della vescica’, mentre gli altri sui meridiani del fegato, della milza e della cistifellea. Ma l’agopuntura è stata scoperta almeno duemila anni dopo la morte di Őtzi! Egli dunque sapeva – o intuiva – che tatuandosi su zone particolarmente dolenti (nel suo caso le aree articolari), ne avrebbe ricevuto giovamento e benessere. Potremmo pensare che da un lato l’azione fosse magico-apotropaica, dall’altro una forma di terapia vera e propria. Era consapevole di avere delle patologie e le curava. Con ogni probabilità questa usanza  non era isolata: poteva essere comune a tutto il suo clan di appartenenza o la presenza dei tatuaggi ne decretava il rango, lo ‘status sociale’? I tatuaggi dell’Iceman furono eseguiti con polvere di carbone vegetale, in due possibili modi: previa incisione della pelle con una lama di selce, si è provveduto poi a marchiarla bruciando delle erbe sull’incisione stessa oppure applicando un impasto a base di carbone misto a saliva o acqua.

Nulla si sa invece a che cosa servisse la pietra bianca che l’uomo portava al collo, agganciata ad una sorta di gomitolo di cordicelle di cuoio intrecciate: un amuleto, un oggetto decorativo o funzionale?

Ricostruzione dell’abbigliamento, dell’equipaggiamento e della conformazione fisica che aveva l’Uomo del Similaun (foto autorizzata dalla mostra di Bergamo)

Tra gli oggetti facenti parte dell’equipaggiamento, alcuni meritano una particolare attenzione, per meglio comprendere il suo mondo tecnico-pratico ed eventualmente magico-religioso.

 

I primi sono costituiti da due forme sferoidali delle dimensioni di una noce, simili tra loro; ognuno di essi è infilato su un laccio di cuoio. Le caratteristiche di base e l’analisi microscopica, effettuata in parallelo su moderni campioni di riferimento dipolipori, hanno permesso di identificarli con il poliporo della betulla (Piptoporus betulinus), o eventualmente con il poliporo del larice (Lariciformis officinalis). Quest’ultimo contiene agaricina, per cui, se si fosse trattato effettivamente di questa specie, si sarebbe dovuta evidenziare la presenza di questo composto nei due reperti, ma non è stato così. D’altra parte, è stato individuato l’acido poliporenico C, specifico del poliporo della betulla. L’identificazione proprio come poliporo della betulla è stata confermata da ulteriori analisi chimiche, utilizzando moderni campioni di riferimento dei due polipori, come confronto. Il terzo oggetto è rappresentato da un cosiddetto ‘materiale scuro’ raggrumato che formava la maggior parte del contenuto di una piccola borsa di cuoio, comprendente anche oggetti affilati di selce, una punta sempre di selce e un attrezzo sottile di osso. Inizialmente, si pensò che questo materiale scuro fosse una resina probabilmente usata per riparazioni varie. L’essiccazione ha evidenziato una struttura fibrosa e l’analisi microscopica ha permesso di identificare un altro poliporo. Il fatto che questo materiale fosse ben conservato nella borsa, insieme a oggetti di selce, fa presupporre che si trattasse di un fungo usato come esca per il fuoco (2). Anche in questo caso, il confronto tra il reperto e moderni campioni di riferimento (specie di Fomes, Ganoderma e Gleophyllum), sia a livello microscopico che chimico, ha permesso di individuare il fungo dell’esca (Fomes fomentarius). Con esso, molto probabilmente, Őtzi riattizzava le braci che trasportava con sè, custodite all’interno di una sacca vegetale. In tal modo aveva la sicurezza di potersi accendere un fuoco per riscaldarsi ovunque si fosse trovato, ed eventualmente cuocere della carne, allontanare animali indesiderati, etc. Ma il poliporo della betulla?

Il poliporo del mistero

Anzitutto la presenza di questo fungo tra gli oggetti che Őtzi portava con sè è confermata sia dal materiale documentale esposto in mostra a Bergamo, sia al Museo Archeologico di Bolzano, dove il reperto è presente. L’Uomo dei ghiacci ne usava quantità opportune per combattere una parassitosi intestinale di cui era affetto (come hanno confermato le analisi). A dosi diverse, il potere del fungo può essere letale, in quanto è velenoso. L’impiego del poliporo della betulla come esca o come cibo è improbabile. In quest’ultimo caso, la forma, le dimensioni e il modo in cui i due frammenti sono presentati non sembrano compatibili con una fonte di cibo, oltre al fatto che il gusto non è proprio piacevole. Anche l’uso ornamentale sembra difficilmente sostenibile. Per cui si può ben contestualizzarne l’impiego da parte di Őtzi, come antiparassitario intestinale ma durante la conferenza del prof. Oeggl si è presentata una sorpresa.

Gli abbiamo infatti chiesto chiarimenti sulla presenza di questo fungo, ma egli ci ha risposto che non è stato identificato! Ma come? Se lo abbiamo anche visto! Őtzi – ha specificato lo studioso- aveva una massiccia  parassitosi intestinale; sono state infatti isolate 10.000 uova di tricocefalo (Trichuris trichiura), il quale provoca dispepsia e diarrea. Dal canto nostro, sappiamo che nei casi gravi questa affezione può portare a forte disidratazione e ad anemia per diarree sanguinolente; i dolori addominali sono generalmente scontati e c’è anche un incontenibile prurito anale. A quanto ha detto l’esperto, era un’affezione comune ai tempi in cui visse Őtzi. Non fatichiamo a crederlo, questo, poichè la femmina del tricocefalo – che alberga come parassita indesiderato nell’ intestino- depone migliaia di uova ogni venti giorni circa, che vengono eliminate con le feci. Ai tempi di Őtzi c’è da immaginare che ciò avvenisse in condizioni igieniche ‘naturali’, spargendo il pericoloso parassita nell’ambiente, nel suolo e dunque nei cibi. Ripetendo il ciclo e dando luogo a continue reinfestazioni. Per curare questa parassitosi, però, ha asserito Oeggl, si usavano le felci (che a suo dire sono state impiegate come rimedio fino ad un secolo fa). Del poliporo della betulla, pertanto, nessuna traccia. Possibile? Forse non abbiamo posto la domanda chiaramente o forse abbiamo frainteso la risposta? Ma non siamo stati i soli a sentirla… Ecco un altro mistero da chiarire!

In ogni caso, abbiamo svolto una ricerca per conoscere meglio questo fungo, il poliporo della betulla per il quale, a parte il caso presente, non sono noti ritrovamenti archeologici, o comunque indicazioni sul possibile uso in tempi preistorici. E’ una specie commestibile, per lo meno da giovane, ed è impiegata come tale in Nord America, Asia ed Europa. I Kamchadal della Siberia lo usavano come cibo, consumandolo gelato dopo averlo frantumato. Nella medicina popolare russa, era un rimedio contro il cancro, mentre sembra che il suo thè combatta la fatica, stimoli il sistema immunitario e abbia effetto calmante. Gli abitanti di una zona del Surrey, in Gran Bretagna, lo tagliavano in piccole strisce per poi usarlo come emostatico e le ceneri erano sfruttate in qualità di antisettico. L’uso come esca per il fuoco non sembra che fosse molto diffuso, essendogli preferito il fungo dell’esca propriamente detto, superiore in efficacia anche ad altre specie di polipori come Daedalea quercina, Laetiporus sulphureus var. miniatus e Phellinus ignarius. Una particolare applicazione era quella degli apiculturisti inglesi, che anestetizzavano le api bruciando questo poliporo, ma anche Daedalea quercina.

I principali composti farmacologicamente attivi sono triterpeni (in particolare l’acido poliporenico A, B e C), steroli e l’acido tumulosico. L’acido poliporenico A possiede attività antimicrobica e antiflogistica, l’acido poliporenico C avrebbe mostrato anch’esso attività antimicrobica, contro batteri del genere Mycobacterium e il Bacterium racemosum, mentre in generale l’estratto del fungo è efficace contro il Bacillus megateterium. Altri triterpeni  inibirebbero la crescita di cellule neoplastiche maligne, mentre la piptamina avrebbe effetto antibiotico, soprattutto contro il Bacillus subtilis ed Escherichia coli, oltre che molluschicida contro Biomphalaria glabrata. Sono stati anche individuati betulina e acido betulinico, che sembrerebbero estratti e concentrati direttamente dalla betulla su cui il fungo cresce. La betulla è usata in fitoterapia per la qualità depurativa, digestiva, febbrifuga, antiartritica e contro i parassiti intestinali e le piaghe. In particolare, l’acido betulinico possiede azione antibiotica e sarebbe tossico per il melanoma maligno, senza attaccare le cellule sane. Ulteriori ricerche hanno poi messo in luce l’attività antiparassitaria (in particolare contro il tricocefalo prima menzionato) antinfiammatoria (in particolare contro l’infiammazione cronica della pelle) e la capacità antivirale contro il vaiolo bovino, oltre a quella di prevenire la poliomielite nel topo bianco e nelle scimmie e di contrastare lo sviluppo dei tumori.

Uova di Trichuris trichiura (verme tricocefalo), parassita intestinale umano, visto al microscopio

Non è da escludere un uso magico-spirituale, legato a quello medicinale; infatti, presso certe culture, l’azione medicinale dei polipori in generale è spesso associata all’idea di forza e saggezza. Consideriamo, a titolo di esempio, Haploporus odorus.Questo poliporo è riverito dagli Indiani Americani Blackfoot, Cree e altre tribù. Con esso si fabbricano vestiti sacri e altri oggetti a uso sciamanico, tutti simboli di potere spirituale. Si usa anche per impartire protezione e allontanare le malattie portandolo al collo o bruciandolo. Tra i Cree, si usa come incenso, fumigandolo per “aprire le porte al mondo dello spirito e permettere di vedere e sentire gli spiriti”. Probabilmente, avrebbe anche un uso medicinale.

Nel caso del poliporo della betulla, quest’uso magico-spirituale può essere posto in relazione con la betulla stessa, pianta considerata sacra forse perché un fungo psicoattivo, l’agarico muscario (Amanita muscaria), cresce associato ad essa. Potrebbe essere che le proprietà dell’agarico muscario siano state simbolicamente trasferite sul poliporo della betulla, diventando una sorta di sostituto, ma privo di effetti psicoattivi. Anche il fungo dell’esca cresce sulla betulla e potrebbe avere ugualmente rivestito un valore magico-spirituale, considerando anche che il fuoco fisico potrebbe corrispondere al fuoco spirituale (illuminazione) spirituale, raggiungibile tramite l’ingestione dell’agarico muscario. In ogni caso, l’uso come specie allucinogena del poliporo della betulla non trova riscontro nella letteratura disponibile.

La maledizione di Őtzi:una leggenda metropolitana?

Tempo fa ci era capitato di leggere un singolare libro, scritto da due autori francesi (Guy Benhamou e Johana Sabroux), intitolato La maledizione di Őtzi, che narra della inquietante sequela di personaggi morti in strane circostanze dopo aver avvicinato l’Uomo dei ghiacci a vario titolo. Sembra un po’ la leggenda metropolitana che accompagna un’altra illustre mummia, più ‘giovane’ di Őtzi di svariati millenni, quella del faraone egiziano Thutankamon, morto giovinetto nel XIII secolo a. C., attorno al cui ritrovamento (nel 1922) sono aleggiate cronache di misteriose morti, evocando una sorta di maledizione verso tutti quelli che hanno osato disturbare il suo sonno eterno (si dimentica però che lo scopritore della tomba faraonica, Howard Carter, godette per diversi lustri di ottima salute). Pare che, nella circostanza egiziana, entri in gioco un tipo di batterio che vive all’interno di cripte funerarie o simili e che, all’occorrenza, potrebe divenire fatale per coloro che si avventurano senza alcuna precauzione all’interno di questi ambienti, dopo millenni. Ma nel caso di Őtzi, i batteri non c’entrano nulla. Sono episodi del tutto casuali, dicono gli scettici, indipendenti l’uno dall’altro e soprattutto da Őtzi, chiaramente. Ma per altre persone, come i due citati autori, un nesso con la mummia del Similaun ci sarebbe eccome. Il motivo risiederebbe nel fatto che non voleva essere ritrovata, continuando il suo sonno eterno.

Il primo della lista sarebbe stato il medico legale che per primo maneggiò Őtzi, il dr. Rainer Henn (1928-1992), il quale aveva inizialmente scambiato il cadavere emerso dal ghiaccio per quello di un escursionista travolto da qualche valanga in epoche recenti (non fu il solo). Nonostante fosse un professionista navigato, il dr. Henn – stando a quanto scrivono Benhamou e Sabroux-  venne ripreso dalle telecamere austriache senza i guanti, durante le manovre di estrazione di quel corpo mummificato dal ghiaccio. Pare che anche ciò che si trovava attorno al corpo venne raccolto in fretta e furia del dottore e messo in un sacco, la mummia stessa maneggiata senza troppi convenevoli (non sapeva della sua antichità, molto probabilmente), e trasferita all’Istituto di Anatomia di Innsbruck, dove venne in seguito contestualizzata correttamente e trattata secondo tutti i criteri del caso. Qualche mese dopo, nel luglio del 1992, il dr. Henn e sua moglie si apprestavano a passare le vacanze a Nőtschim-Galital, vicino alla Carinzia, dove era stato invitato a presentare una conferenza dal titolo “Come procedono le ricerche sull’uomo dei ghiacci”. Ma non potè mai farlo: la sua auto venne investita da un’altra che procedeva in contromano ad alta velocità e per lui fu la fine. Era il 25 luglio 1992.

Nel luglio del 1993 morì invece la guida esperta Kurt Fritz (1960-1993), che aveva accompagnato Messner e Kammerlander sul luogo dove si trovava Őtzi, un paio di giorni dopo che i  coniugi Simon l’avevano scoperto. Ironia della sorte, Kurt morì sulla montagna che più amava, l’Ortles, travolto da una valanga staccatasi improvvisamente dalla cima e spinta già da una raffica di vento più violenta delle altre. Anche lui, come Őtzi, sepolto dalla neve.

Nonostante i tanti anni di distanza, anche la morte di Rainer Hőlzl (1962-2004), il giornalista che il 23 settembre 1991 era giunto sul posto del ritrovamento di Őtzi  (acquistando una notorietà invidiabile), potrebbe essere ‘sospetta’ e legata ad una strana forma di ‘maledizione’, secondo i due citati autori francesi! La vera causa fu un tumore al cervello, che lo ha stroncato il 1 giugno 2004.

Nello stesso anno,  il 15 ottobre, morì Helmut Simon (1937-2004), lo scopritore (insieme alla moglie Erika) di Őtzi. Da allora avevano scritto libri e partecipato a conferenze, sentendosi importanti. Dopo la scoperta avevano ricevuto anche una ricompensa perchè quello era a tutti gli effetti un reperto archeologico di estremo interesse per tutta l’umanità. Scomparve un giorno, Helmut, dopo aver detto che andava a fare il suo solito giro sui pendii alpini, a Bad Hofgastein, vicino a Salisburgo (in Austria), mentre con la moglie era in vacanza per cure termali. Per otto giorni non si seppe niente di lui. Venne cercato invano, finchè il suo corpo esanime fu ritrovato con la rottura delle vertebre cervicali, dopo un volo di cento metri tra i crepacci. Qualcuno mormorò che la mummia si era vendicata di colui che l’aveva riportata nella civiltà!

A questo punto i giornali cominciarono a tessere la trama della ‘maledizione di Őtzi’! Si sparse la voce che chi aveva disturbato la mummia e se ne era servito per interessi personali, scompariva in strane circostanze. I diretti interessati iniziavano a crederci? Pare che a non credervi affatto vi fosse l’igienista Friederich Tiefenbrunner (1941-2005), al quale si deve il progetto di conservazione del corpo di Őtzi perchè già poco dopo il ritrovamento la mummia mostrava segni inquietanti di deterioramento. Il batteriologo era un serio professionista, attivo nelle ricerche condotte sul DNA della mummia stessa, ed era stimato da tutti come una persona che non voleva apparire, discreta. Quando si trattò di trasferire la mummia a Bolzano, nella sua nuova sede, dovette ingegnarsi non poco, in quanto non solo si doveva conservarla lontana da contaminazioni ma si doveva anche renderla visibile al pubblico. Pochi sanno che per raggiungere gli idonei parametri ambientali che permettono a Őtzi di mantenersi integro, sono state fatte diverse prove, impiegando cadaveri presi a prestito all’obitorio (sempre secondo i due Autori del libro) e riproducendo diverse soluzioni microclimatiche, fino a che si è raggiunto l’optimum. Cambiando ‘casa’, da Innsbruck a Bolzano, pare che la mummia abbia cominciato a perdere peso; gli scienziati non sapevano che fare, ma si capì che bisognava correggere il grado di umidità. Ogni quattro settimane, un sistema a doccia irrora il corpo di acqua sterilizzata, spruzzata assai finemente, e ciò consente di mantenere i tessuti umidi, mentre un sottile strato di ghiaccio trasparente forma una barriera protettrice sul corpo stesso. Tiefenbrunner è stato geniale e ha salvato la mummia dal disfacimento. Il professore morì durante un intervento chirurgico, il 7 gennaio 2005; i soliti critici sostengono che non avesse speculato su Őtzi, ma che quest’ultimo non abbia gradito di essere esposto in pubblico: per questo la presunta ‘maledizione’ si sarebbe abbattuta ugualmente sullo scienziato. Fantasticherie, certo, ma ciò alimenta il mistero…

Pochi mesi dopo, il 17 aprile 2005, morì un altro personaggio che aveva avuto a che fare con Őtzi, un archeologo che si era opposto alla nuova sistemazione della mummia a Bolzano, appellandosi alla morale e al rispetto universale dovuto ai morti.Il suo nome era Konrad Spindler (1939-2005) e per sette anni si era occupato dell’Uomo dei ghiacci, a Innsbruck;Őtzi lo aveva tratto da una condizione di anonimato e portato alla ribalta dei riflettori. Si sentiva un po’ l’Howard Carter della situazione, ed è comprensibile! Morì affetto da una patologia muscolare degenerativa, mentre -in ospedale- ancora si ostinava a voler scrivere una sorta di compendio sull’Uomo dei ghiacci.

Il 19 ottobre 2005 morì anche un altro studioso che aveva avuto contatti professionali con la mummia del Similaun, il dr. Thomas Loy (1942-2005). Egli faceva parte dell’equipe incaricata delle ricerche, in qualità di archeologo molecolare. Un campo pionieristico, ma come lo gratificava poter lavorare sulle tracce di sangue rinvenute nei pressi della mummia! Loy sapeva della ‘maledizione’, ne scherzava, ma la sua morte fu orribile: quasi ‘sciolto’ per il caldo, nel suo letto di casa. Dopo giorni che non si era presentato all’Università dove insegnava, la polizia venne allertata e, sfondando la porta, si ritrovò davanti uno spettacolo agghiacciante, un corpo liquefatto in avanzato stato di decomposizione. L’uomo doveva essere morto almeno due settimane prima, probabilmente di un accidente vascolare improvviso. Qualcuno dice che stesse scrivendo un libro che faceva il punto delle sue ricerche su Őtzi (libro che non venne mai trovato), altri sottolinearono che questa era la settima vittima della ‘maledizione’. Loy invece era solito dire:”La gente muore. Tutto qui”.

[1] – “L’Uomo del Similaun:la vita, la storia, il suo ambiente”, Bergamo, Teatro Sociale, 17/10/2009

[2] – Per quanto riguarda il fungo dell’esca, la sua presenza in contesti archeologici è quasi sempre in relazione all’accensione del fuoco. In Danimarca (Maglemose), è stato trovato associato a frammenti di pirite e silice, in un contesto ambientale datato almeno al 6.000 a.C., mentre in Inghilterra, nello Yorkshire (Star Carr), reperti di questo fungo, in alcuni casi ancora attaccati a pezzi di betulla, e frammenti di pirite sono stati datati ancora prima. Inoltre, alcuni campioni sono stati trovati nei villaggi su palafitte in Italia e Svizzera, insieme a Daedalea quercina,Ganoderma lucidum e Phellinus ignarius. Il più antico ritrovamento risale a circa 11.000 anni fa. E’ possibile che l’esca usata in passato fosse costituita da semplici frammenti di fungo essiccato che catturavano le scintille prodotte dal contatto di pirite e selce. Fin dai tempi di Ippocrate (V secolo a.C.), il fungo dell’esca si applicava, mentre bruciava, per cauterizzazioni. Questo uso è sopravvissuto fino ai nostri giorni tra Lapponi, Cinesi e Giapponesi. Si usava anche come emostatico da parte di chirurghi, barbieri e dentisti, da cui il nome ‘agarico dei chirurghi’,  mentre una specie di cotone assorbente preparato con questo fungo si applicava esternamente su ferite e bruciature, o come compressa riscaldante. In Europa, si usava contro dismenorrea, emorroidi e problemi alla vescica, in India come diuretico, lassativo e tonico nervino, in Cina contro il cancro dell’esofago e il carcinoma gastrico e uterino. Tra i Khanty della Siberia, questa specie era ridotta in polvere insieme a Phellinus ignariuse inalata, mentre gli Indiani Americani Athapaskan, Eyak, Tanaina e alcuni Eschimesi ne fumano le ceneri, da sole o in miscela con tabacco. Il fungo dell’esca trovava uso anche in rituali di fumigazione tra i Khanty e gli Ainu di Hokkaido, in Giappone, quando lo si bruciava attorno alle case durante tutta la notte, per cacciare gli spiriti malvagi portatori di malattie ed epidemie. Il fungo dell’esca contiene principalmente steroli, fomentariolo e terpeni. Il fomentariolo avrebbe una limitata attività batteriostatica, mentre un polisaccaride isolato da culture miceliari inibirebbe il tumore nei topi. Infine, l’estratto liquido del fungo sarebbe piuttosto efficace nel topo contro una specie di sarcoma.

 

 

 

 

5)  DALLA  LEGGENDA ALLE CERTEZZE  SUL SELENIO

 

Selenio

Un agricoltore-allevatore Australiano si e’ guarito da solo, da un cancro all’intestino inoperabile ed in fase terminale, assumendo ogni giorno per qualche mese questo prodotto che utilizzava per le sue bestie.

Quando e’ andato dal suo oncologo per farsi controllare dopo vari mesi, il medico e’ rimasto stupefatto per aver constatato la scomparsa del cancro, diagnosticato, con tanto di esami e tac, qualche mese prima.

 

Il trattamento elaborato dall’agricoltore consiste nell’utilizzare del Selenio liquido (Selenium Drench Concentrate) utilizzato in agricoltura, prodotto che si puo’ acquistare presso i fornitori di prodotti veterinari.

La vendita del Selenio per uso umano e’ proibita da anni, Il costituente attivo corrisponde a 10mg di selenio per mL in forma di selenite di sodio.

La dose e’ un cucchiaino ogni 2 litri di acqua, miscela di cui si assumono 226 mL o due terzi di una tazza da 400mL, ogni mattina a stomaco vuoto.

Fonte: E.mail di Keith, 26/02/2004 inviata a Nexus magazine a meta’ del 2005.SELENIO: BUONE NOTIZIE nella CURA del CANCRO.

Questa insolita esperienza di un agricoltore dell’Australia occidentale mi è stata raccontata da uno dei suoi amici, il quale vive a Melbourne (AU). Vi è un lieto fine dopo l’altro, quasi.

All’agricoltore in questione era stato diagnosticato un cancro all’intestino. Il suo medico chirurgo predispose la data del suo ricovero in ospedale per l’intervento di asportazione e, dopo tutta la trafila del caso, gli fece visita nella sua stanza per informarlo che dopo aver visto i vari esami e le lastre, tutti gli esperti implicati avevano stabilito che il cancro era inoperabile e che tutti i test indicavano che il suo cuore non era abbastanza forte da sopportare un intervento chirurgico di tale portata.

L’agricoltore replicò: “Dottore, mi sia dicendo che non può fare nulla per me ?” “Sì”, fu la risposta del dottore, e si scusò per la tardiva inversione di rotta. L’agricoltore chiese che la moglie lo accompagnasse fuori dall’ospedale e che il figlio raccogliesse la sua roba e la por­tasse alla macchina; disse che se ne sarebbe tornato a casa e si sarebbe curato da se’.Da molti anni l’agricoltore si dedicava alla prevenzione e alla cura di varie malattie che colpivano il suo bestiame e le sue pecore.

Un beverone dimostratosi particolarmente efficace era il Selenium Drench Concentrate, così decise di prepararne una dose quotidiana per sé stesso commisurata al proprio peso corporeo, cosi come aveva fatto tante volle per i suoi animali.

Nei mesi seguenti l’agricoltore assunse ogni mattino a stomaco vuoto la dose in questione ed, a distanza di vari mesi, la moglie gli disse: “Mi sembra che tu stia migliorando ! Hai un bell’aspetto e non sembri affatto malato. Credo che faresti meglio ad andare dal medico a farti controllare !”. Egli segui il consiglio; il medico gli comunicò che, per quanto poteva desumere da un esame esterno, ilcancro era scomparso, quindi gli disse di tornare a casa e godersi la vita.

Dopo qualche giorno alla fattoria arrivò una signora, vestita con abiti eleganti e alla guida di una macchina lussuosa, la quale esordi dicendo: “Abbiamo lo stesso medico curante ed egli mi ha riferito che lei si e curato da solo un cancro all’intestino. Ho questa stessa malattia e sono venuta a chiederle di mettermi a conoscenza della sua cura,”

L’agricoltore replicò: “Signora, iniziare a comportarmi come se fossi un medico mi converrebbe molto di più che occuparmi della mia fattoria. Ma so quanto lei e disperata. Tirerò fuori gli ingredienti e le mostrerò come ho realizzato la miscela, ma non glieli posso dare. Mia moglie ed io dobbiamo occuparci delle incombenze serali — dar da mangiare al pollame, mungere le vacche e così via. Se desidera può sottrarci gli ingredienti finché siamo impegnati nel­e faccende, ma io non glieli posso dare !”

Questo è precisamente ciò che fece la donna, la quale si euro secondo le istruzioni ricevute. A diversi mesi di distanza sì ripresentò con dei mazzi di fiori e dei regali, dicendo agli amici agricoltori che era guarita ed aveva avuto il benestare dal loro medico comune.

Poco tempo dopo un’altra donna vestita elegantemente sì presentò alla fattoria. Era stata indirizzata lì dalla prima signora; era affetta da cancro all’intestino e voleva conoscere la cura. L’agricoltore replicò che si sarebbe comportato esattamente come aveva fatto in precedenza con la sua amica — e così fece, con i medesimi eccellenti risultati

Quasi per ironia della sorte, vari mesi dopo il medico dell’agricoltore si presentò alla fattoria, dichiarando di essere venuto per qualcosa di più di una visita di cortesia, in quanto anche lui era affetto da cancro all’intestino e voleva conoscere la cura; l’agricoltore seguì la stessa prassi adottata in precedenza con le due signore, e con gli stessi eccellenti risultati.

Quanto all’esperienza dell’amico che mi ha raccontato questa vicenda, dato che egli presentava un livello assai elevato di PSA [antigene prostatico specifico] si sospettava che avesse un cancro alla prostata; costui iniziò a seguire la cura e ben presto il suo PSA rientrò nei valori normali. Ad un altro mio amico è stato diagnosticato un effettivo cancro alla prostata ed egli stava predisponendo un intervento chirurgico; ha seguito una cura al selenio e di recente ha avuto un “cessato allarme” medico. Alcuni amici che hanno seguito la cura in via precauzionale — nella convinzione, che condivido, che essa agisca come prevenzione —hanno riscontralo che i tumori cutanei di lieve entità che avevano sulle mani sono scomparsi.

Tratto da Nexus n° 59

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Il selenio ha avuto momenti di celebrità nei mass-media per le sue proprietà anti-ossidanti e protettive per l’ organismo. In effetti, questo elemento chimico dello stesso gruppo dello zolfo, svolge una funzione molto importante nel nostro organismo, malgrado la sua piccolissima quantità totale, circa 13 mg.

– Sembra che non ci siano cibi con un contenuto costante di selenio come può essere quello della vitamina-c nei limoni, perchè tale contenuto dipende dalla concentrazione di selenio nel terreno che varia da una regione all’ altra.

L’ italia, per esempio, ha di solito suoli piuttosto poveri di selenio, quindi, anche i suoi prodotti agricoli non ne contengono molto. Comunque, i dati sull’ assunzione media pro-capite di selenio degli italiani riportano 0,041 mg/giorno per gli adulti

– gli alimenti più ricchi risultano essere le carni, queste ultime, con una concentrazione maggiore nel fegato. Le uova ne contengono circa 0,056 mg/100 g di alimento nel tuorlo.

Gli alimenti vegetali comuni ne contengono meno, ma più che sufficiente per il fabbisogno della nostra dieta. Tra questi, il più ricco di selenio è il germe di grano, con 0,079 mg/100 g di alimento, seguito dai funghi porcini (0,026 mg/100 g), dal pane di frumento (0,023 mg/100 g) e poi da noci, olive nere, cereali e cacao magro. Nel terzo sito delle referenze si riporta una lunghissima tabella con il contenuto medio in microgr./100 g di alimento nei vari cibi.

– il selenio è presente in natura in piccole quantità di sali inorganici e, nei tessuti animali e vegetali, al posto dello zolfo negli amminoacidi solforati, per esempio, nella selenometionina (ch3-se-ch2-ch2-chnh2-cooh) che vengono utilizzati per la sintesi di proteine contenenti selenio.

– Date le piccole quantità presenti nel nostro organismo, dobbiamo andarci piano con gli integratori che lo contengono, senza sperare inutilmente che quantità elevate proteggano le nostre cellule fino a donarci l’ eterna giovinezza. Il selenio, infatti, ha un fabbisogno medio valutato tra 0,055 e 0,200 mg/giorno, ma dosi maggiori cominciano solo a renderlo tossico.

– svolge un’ attività protettiva per le membrane cellulari contro radicali liberi e perossidi e ha un ruolo nella respirazionecellulare. Agisce come coenzima nell’ attività degli ormoni tiroidei.

– Contribuisce a mantenere in efficienza il sistema immunitario.

Malgrado la sua variabile presenza nel suolo, la carenza di selenio è rara. Tuttavia, ci sono alcune zone del mondo con terreni particolarmente poveri di selenio, come alcune regioni della cina e la nuova zelanda. In questi paesi, una cardiopatia è particolarmente diffusa tra la popolazione (malattia di keshan) ma regredisce quando si somministrano integratori al selenio in aggiunta alla dieta, come accade, fortunatamente, con tutte le altre carenze vitaminiche.

Inoltre, la carenza di questo elemento provoca altri disturbi piuttosto gravi, come ipertensione, anemie, cirrosi e persino sclerosi multipla (degenerazione del tessuto nervoso) e cancro.

Le fonti sono d’ accordo nel riferire che il selenio provoca effetti tossici come disturbi gastrointestinali, perdita di capelli, macchie bianche nelle unghie, stanchezza, irritabilità, leggeri danni neurologici ed infiammazioni polmonari.

 

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Articoli Settembre

 

Dormendo s’impara

 

 

Grazie al sonno le esperienze della veglia trovano una logica, gli esperimenti scientifici dimostrano la relazione tra la qualità del sonno e quella della vita diurna. Il cervello ripercorre le esperienze vissute durante la veglia, le smonta, le cataloga e le immagazzina nelle varie aree. Qui restano sotto forma di ricordi per un mese, un anno o per una vita intera, a seconda della loro importanza e del loro impatto emotivo. Senza il riordino che il cervello compie nelle ore notturne, le esperienze del giorno verrebbero dimenticate. Spiega Robert Stickgold, della Harvard Medical School di Boston: «Quel che il cervello conosce al mattino è molto più della somma dei ricordi della sera precedente. Durante la notte infatti si è dato da fare per integrare le nuove esperienze con quelle già presenti, facendoci diventare più intelligenti. La memoria non riguarda il passato. La memoria serve al futuro. Quel che abbiamo vissuto deve fungere da insegnamento per evenienze simili. Ma nulla si ripete due volte in maniera esattamente uguale. Il cervello, per poter riutilizzare un’esperienza del passato, deve saperla trasformare in una regola generale».

Oziare, preparare un esame o allenarsi in uno sport sono attività che richiedono tipi di sonno diverso, nel primo caso, i ricordi da consolidare sono ridotti e di conseguenza anche la necessità delle ore di riposo. Nel secondo caso, occorrerà invece una buona dose di sonno della fase Rem, nel terzo caso serve la “fase due” del sonno, la più efficiente per fissare uno schema motorio. «Se insegniamo ai volontari una sequenza di movimenti con le dita della mano sinistra – ha osservato Stickgold – la notte noteremo un’attività più intensa del normale nell’emisfero destro, quello che sovrintende alla mano impegnata negli esercizi».

La carenza di sonno aumenta l’ormone grelina legato all’appetito e diminuisce la leptina, legata alla sazietà. Lo scarso riposo attiva anche i circuiti dello stress, cui l’organismo risponde con un desiderio di sensazioni appaganti come il consumo di cibi ricchi di grassi e zuccheri.

 

 

Termiti coltivatrici di funghi

L’agricoltura delle termiti si è sviluppata nell’Africa tropicale

 

termiteL’agricoltura non è una caratteristica unica degli esseri umani: anche alcuni gruppi di insetti hanno sviluppato questo modo di vivere, per esempio le termiti che coltivano funghi all’interno dei loro nidi. Queste termiti si trovano sia nelle foreste pluviali sia nelle savane tropicali in Africa e in Asia. Ma in uno studio pubblicato sulla rivista “Current Biology”, una combinazione di analisi del DNA e di modelli al computer suggerisce che l’agricoltura delle termiti ha avuto origine nelle foreste pluviali africane e si è poi sviluppata in molte altre specie che vivono oggi in varie parti del Vecchio Mondo.
La relazione fra le termiti e i funghi coltivati costituisce un impressionante esempio di simbiosi: le termiti usano materiale vegetale masticato, come legno ed erba secca, per nutrire i funghi e consentire loro di crescere, mentre il fungo converte a propria volta piante indigeribili in nutrienti che le termiti possono utilizzare. Studi precedenti avevano mostrato che, in passato, si era verificata una singola transizione verso l’agricoltura quando le termiti avevano domesticato un solo tipo di fungo, rappresentato oggi dal genere Termitomyces.
I ricercatori Duur Aanen dell’Università di Copenhagen e Paul Eggleton del Museo di Storia Naturale di Londra hanno studiato 58 colonie di termiti coltivatrici (in rappresentanza di 49 specie) in Senegal, Camerun, Gabon, Kenya, Sud Africa, Madagascar, India, Sri Lanka, Thailandia e Malesia, scoprendo che l’agricoltura delle termiti ha avuto origine nelle foreste pluviali africane. La ricostruzione del loro habitat ancestrale deriva dall’habitat delle specie oggi viventi e dall’analisi della ricostruzione, basata sul DNA, delle relazioni fra le specie.
D. K. Aanen, P. Eggleton, “Fungus-Growing Termites Originated in African Rain Forest”. Current Biology, Volume 15, No. 9, pp. 851-855 (10 maggio 2005).

 

Fungo Ogm evita danni ambientali

 

Grazie a un fungo geneticamente modificato un team di microbiologi russi avrebbe attuato un “lavaggio” non aggressivo di parti metalliche normalmente inserite nei motori di aerei o di navicelle spaziali, evitando così il massiccio impiego di reagenti o decappanti particolarmente pericolosi per l’uomo e per l’ambiente.
Lo si apprende da una pubblicazione dell’Accademia delle scienze russa. “Già nel 2001 – afferma G.N. Dotsenko, coordinatore dello studio – osservando il comportamento di una coltura di Penicillium funiculosum nutrita con grafite, ci si era resi conto che i batteri riuscivano a cibarsi così bene di carbonio da lasciare perfettamente pulito il contenitore in cui agivano. Modificando il fungo per via biotech, ossia focalizzandolo meglio sui diversi composti carboderivati dei quali cibarsi, e applicando lo stesso gel a superfici anche molto ridotte che presentavano significativi residui carboniosi, a distanza di pochi giorni le abbiamo ritrovate completamente scrostate e senza alcun residuo”.

 

 

 

Evolve vita multicellulare in vitro

Un esperimento ha creato organizzazioni multicellulari stabili di lievito in appena 60 giorni al posto che migliaia di anni

 

 

Una trasformazione che ha umpiegato miliardi di anni per accadere in natura, si è verificata in laboratorio in appena 60 giorni.

Sotto pressione artificiale una singola cellula di lievito si è trasformata in una creatura multicellulare. Questo passo cruciale è il motivo per l’evoluzione della vita dai batteri alle alghe, e se questo lavoro non replica la transizione preistorica, può aiutare a scoprire i principi che l’hanno guidata.

“Non ha richiesto una complessità mistica o una serie di cose che le persone hanno ipotizzato -geni speciali, un enrme genoma, condizioni molto innaturali”, ha detto il biologo evoluzionista Michael Travisano dela University of Minnesota.
Nel nuovo studio i ricercatori guidati da Travisano e William Ratcliff hanno cresciuto il comune lievito di birra in una flask con un brodo nutriente.

Una volta al giorno hanno agitato la flask, rimosso i lieviti che si sono depositati sul fondo e li hanno usati per fare nuove culture. Il lievito surnattante, leggero, è stato ignorato, mentre quello che si depositava più facilmente è sopravissuto per riprodursi e moltiplicarsi.

Dopo appena un paio di settimane, singole cellule di lievito hanno abbandonato le loro singole identità per unirsi insieme. Alla fine di due mesi il raggruppamento si è stabilizzato, trasformato in un arrangiamento stabile.

“La multicellularità è l’ultimo stato di cooperazione”, ha detto Travisano, che vuole capire come la cooperazione nasce da organismi competitivi ed egoisti. “Più cellule hanno creato un individuo che coopera per il bene dell’intero gruppo. Qualche volta le cellule hanno rinunciato alla abilità di riprodursi per il bene del vicino.”

L’Articolo scientifico – L’articolo su Google
“Experimental evolution of multicellularity.” By William C. Ratcliff, R. Ford Denison, Mark Borrello, and Michael Travisano. Proceedings of the National Academy of Sciences, Jan. 17, 2012.

 

 

Un fungo digerisce le resine fenoliche

Il fungo è già noto per essere in grado di decomporre anche DDT e PCB

 

 

Le resine fenoliche sono comunemente usate sia come adesivi industriali sia per la fabbricazione di oggetti, e in special modo parti della carrozzeria delle automobili. Queste resine sono ottenute da fenolo e formaldeide trattati in condizioni di temperature e pressione elevate in presenza di catalizzatori, e le loro catene molecolari vanno a formare strutture notevolmente intrecciate e difficili da rompere. A differenza di altre plastiche non possono essere rifuse e il loro smaltimento rappresenta un problema. Alcuni ricercatori del Dipartimento di biologia dell’Università del Wisconsin – La Crosse hanno scoperto che il fungo Phanerochaete chrysosporium è in grado di digerire queste resine, finora considerate refrattarie a qualsiasi forma di biodegradazione. Il fungo – chè è già noto per essere in grado di decomporre inquinanti come il DDT, il PCB, il TNT e le diossine, per compiere il suo compito di spazzino della plastica sfrutta un enzima, la ligninasi, che normalmente utilizza per degradare la lignina.

Esso si è però dimostrato attivo anche contro le resine fenoliche, in quanto la loro struttura molecolare ha punti di contatto con quella della lignina. I ricercatori – che hanno pubblicato la loro scoperta sulla rivista on line della American Chemical Society – avvertono però che per l’impiego del fungo a questo tipo di rifiuti è necessario superare ancora vari problemi, fra i quali l’isolamento di queste plastiche dagli altri materiali. Il fungo riciclatore, per esempio, soccombe in presenza di elevati quantitativi di metalli pesanti.

Articoli Agosto

 

Nei funghi un possibile aiuto contro il cancro al seno

Contengono sostanze con proprietà anti-aromatasi, enzima coinvolto nella produzione di estrogeni

 

I funghi oltre ad essere un piacere per il palato, potrebbero anche essere utili per prevenire il cancro al seno.
I ricercatori del Beckman Research Institute of the City of Hope di Duarte (California, Usa) consigliano introdurre nella dieta almeno 100 grammi al giorno di questo alimento perché, assicurano, alcuni componenti interferiscono con l’azione dell’aromatasi. Un enzima che aiuta l’organismo a produrre estrogeni, gli ormoni coinvolti nel processo di formazione e crescita del tumore della mammella. Questo è il risultato della ricerca che è apparso sulla rivista Cancer Research.
Studiando sui topi gli effetti di sette vegetali con proprietà anti-aromatasi gli esperti hanno verificato che i funghi bianchi, una delle varietà più consumate a tavola, sono i più efficaci nell’inibire l’enzima. I loro estratti hanno, nei topi, ridotto sensibilmente la proliferazione delle cellule cancerose, bloccando la crescita della malattia. Includere i funghi nella propria alimentazione – sottolinea Shiuan Chen, a capo dello studio – può davvero contrastare il tumore al seno. Anche meno di 100 grammi al giorno può avere una notevole efficacia per la prevenzione.

 

Funghi per bonificare suoli contaminati da uranio impoverito

I funghi trasformano l’uranio impoverito nella sua forma minerale difficilmente penetrabile in piante, animali, falde acquifere e sono ideali per i processi di bioremediation

 

Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Dundee, in Scozia, mostra che i funghi potrebbero essere utili nel recupero delle aree contaminate da uranio impoverito. I funghi, infatti, riescono a “bloccare” l’uranio impoverito in una forma minerale difficilmente penetrabile in animali, piante e falde acquifere. Sembrano quindi gli organismi ideali per essere utilizzati in processi di bioremediation.
Inizialmente l’uranio metallico che contamina il terreno viene coperto da uno strato di ossidi, mentre l’umidità ambientale corrode l’uranio impoverito favorendo la colonizzazione da parte dei funghi. I funghi, crescendo, producono sostanze acide che corrodono ulteriormente il metallo. Tra le sostanze prodotte dai funghi vi sono degli acidi organici che convertono l’uranio in una forma che i funghi riescono ad assorbire, facendolo poi interagire con altri composti. Alla fine del processo, l’uranio solubile con alcuni fosfati porta alla formazione di un nuovo minerale di uranio che viene depositato intorno alla biomassa del fungo.


Geoffrey Gadd, che ha guidato la ricerca, spiega: “Il nostro lavoro ci conferma le incredibili capacità dei microrganismi di effettuare trasformazioni sui metalli e sui minerali presenti nell’ambiente. Poiché i funghi sono dei perfetti agenti bio-geochimici – sottolinea il ricercatore – e spesso dominano i biota nei suoli contaminati e inoltre hanno un ruolo fondamentale nella colonizzazione e nella sopravvivenza delle piante attraverso la loro associazione con le radici, bisogna prenderli in considerazione nel trattamento e nel recupero dei suoli contaminati.”
Lo studio è stato pubblicato sull’ultimo numero di Current Biology.

 

In arrivo un farmaco anti-cancro che blocca l’angiogenesi

Si chiama lodamina, origina da un fungo ed è stato messo a punto con l’utilizzo di nanotecnologie: promette di combattere efficacemente molte forme di tumore colpendo i vasi sanguigni

 

 

La SynDevRx, un’azienda privata di biotecnologie di Cambridge, nel Massachusetts produrrà un farmaco anti-cancro molto promettente. Si tratta della lodamina, un inibitore dell’angiogenesi e agisce sui vasi sanguigni che nutrono i tessuti tumorali inibendone la crescita e di conseguenza affamando il tumore. Questo farmaco è stato sviluppato grazie agli esperimenti del dottor Judah Folkman, ora scomparso, considerato il padre delle terapie antitumorali basate sull’inibizione dell’angiogenesi. Folkman e colleghi hanno lavorato su questo farmaco per circa 20 anni e ora sembra pronto. Viene somministrato in forma di pillola e non causa effetti collaterali. I test in laboratorio sui topi hanno mostrato la sua efficacia contro diverse forme di cancro, tra cui quello al seno, alla prostata, al cervello, all’ovaio, all’utero e contro il neuroblastoma.
Ofra Benny e gli altri ricercatori del Children’s Hospital di Boston e dell’Harvard Medical School che hanno condotto i test e gli studi sulla lodamina, hanno spiegato che aiuta a bloccare i tumori primari e previene la loro diffusione.


Il farmaco, in origine, è stato isolato dal fungo Aspergillus fumigatus fresenius e in campo sperimentale era conosciuto come TNP-470. Le proprietà di questo fungo sono state scoperte casualmente da Donald Ingber: mentre cercava di far crescere le cellule endoteliali che rivestono i vasi sanguigni, la muffa aveva intaccato le cellule in modo da impedire la crescita dei capillari. Nel 1990, Ingber e Folkman avevano sviluppato il TNP-470 in Giappone con l’aiuto della Takeda Chemical Industries ma il farmaco agiva sul cervello e causava numerosi effetti collaterali tra cui depressione e vertigini e la somministrazione doveva essere continua, a causa della sua scarsa permanenza nell’organismo. I due ricercatori cercarono di migliorarlo ma non vi riuscirono.
La svolta si è avuta con il lavoro di Benny e colleghi che hanno utilizzato le nanotecnologie per attaccare due polimeri (a forma di pon pon) al TNP-470, per proteggerlo dagli acidi dello stomaco. La lodamina, il farmaco modificato, va dritto alle cellule tumorali e non causa effetti collaterali. Gli effetti sono molto positivi, riesce anche a distruggere melanomi e tumori polmonari.
I ricercatori hanno spiegato: “Dato che il metodo di somministrazione è orale, la pillola raggiunge prima il fegato, mostrandosi particolarmente efficace nei topi nel prevenire lo sviluppo di metastasi epatiche. La metastasi epatica è molto comune in molti tipi di tumore, e spesso è associata a una prognosi e a un’aspettativa di vita negative”. Benny ha concluso: “Non mi sarei mai aspettato un effetto così forte su queste forme di tumore così aggressive”. La ricerca è pubblicata su Nature Biotechnology.

 

I funghi decontaminano anche le traversine ferroviarie

Questo legno è trattato con una sostanza velenosa che ne allunga la vita oltre il tempo naturale di degradazione, e la specie Pleurotus ostreatus è particolarmente indicata nell’azione di risanamento

Il nome scientifico è Pleurotus ostreatus, ma i più lo conoscono come fungo Pleos, volgarmente usato per i diversi cloni coltivati. Oltre alle ben note qualità gastronomiche, il Pleurotus è anche uno dei più usati nel ripristino ambientale degli ecosistemi contaminati da sostanze tossiche. Un processo che prende il nome di bioremediation: microrganismi, funghi, piante e i loro enzimi sono capaci di riportare alla condizione originaria un ambiente naturale che è stato inquinato da contaminanti. Le ricerche dei biologi stanno mettendo in luce le potenzialità fino ad oggi poco conosciute dei funghi: oltre ad essere potenti indicatori dello stato di salute di un ecosistema, possono aiutare in modo concreto a «ripulirlo» da eventuali sostanze nocive immesse dall’uomo in un habitat naturale. Il Progetto «Speciale Funghi» dell’Ispra sta analizzando, nel corso di seminari mensili, le enormi potenzialità di questi organismi viventi. «Stiamo mettendo a fuoco con chiarezza quale ruolo cruciale svolgano i funghi nell’equilibrio degli ecosistemi e quali potenzialità enormi possiedano» ha affermato Carmine Siniscalco, micologo dell’Ispra e coordinatore del progetto. Questa volta, il seminario ha affrontato il tema della biorimediazione attraverso le tecniche biologiche. Tra le varietà di funghi utilizzate nel ripristino ambientale vi sono proprio i Pleurotus. La sperimentazione ha dimostrato che questa specie può decontaminare le traversine ferroviarie trattate con creosoto, una sostanza che conserva il legno per 30 anni oltre il tempo naturale di degradazione. I funghi basidiomiceti demoliscono le matrici legnose fino ad annullare la tossicità della traversina. Ma non solo: buoni risultati arrivano anche dalle sperimentazioni effettuate sugli antibiotici rinvenuti nelle acque e nel suolo, così come sulle aree inquinate da lindano.
Luciana Migliore (Università Tor Vergata, Roma) ed Emanuela Galli (Ibaf-Cnr) lavorano da tempo all’applicazione dei funghi come biorimedio: «L’approccio biologico è il futuro del ripristino ambientale – ha detto la Migliore -. Con la crisi economica in corso, sarà sempre più difficile affrontare le spese di costose tecniche di risanamento non biologiche». Gli ambienti acquatici sono stati i primi ad essere danneggiati dalle sostanze tossiche ed esistono tecniche ormai collaudate per rimediare all’inquinamento (per esempio con i depuratori, che funzionano grazie a batteri e funghi). Poco e male si è intervenuti sul suolo: sia perché è un sistema molto complesso che ad oggi richiede maggiori studi, sia per il fatto che l’inquinamento del suolo, restando spesso latente, non è considerato dall’opinione pubblica come una vera minaccia. Al contrario, è il collettore di elementi e composti tossici che contaminano l’ambiente naturale a vari livelli, e spesso nasconde vere e proprie «bombe chimiche a tempo».

NEI FUNGHI PIOMBO E MERCURIO, MA ANCHE ZIRCONIO E VANADIO: RAPPORTO EUROPEO

(ANSA) – ROMA, 10 GIU – Porcini al cadmio, ovoli al piombo e champignon al boro. I funghi, si sa, possono essere velenosi. Questi invece assorbono, in modo naturale, sostanze chimiche potenzialmente tossiche. Non e’ chiaro pero’ quale sia il limite oltre cui queste diventano nocive per la salute dell’uomo. La risposta e’ nel rapporto ‘Eur Report – Elementi chimici nei funghi superiori’, edito dal Jrc della Commissione europea e presentato dall’Istituto superiore di protezione ambientale (Ispra). Lo studio – riferisce l’Ispra – parte dalla domanda su quale possa essere il livello massimo di sostanze consentite. Si analizzano cosi’ le concentrazioni di 35 elementi chimici presenti in 9.000 campioni di funghi per definire i valori-limite oltre cui i metalli diventano dannosi per la salute dell’uomo e degli ecosistemi terrestri. Oltre a porcini e ovoli, c’e’ poi il caso dell’amanita muscaria: l’unico essere vivente in natura a accumulare zirconio e uno dei pochi a concentrare il rarissimo vanadio. Ma se un fungo contiene un alto livello di piombo non vuol dire che sia il terreno a essere contaminato. Significa che e’ il fungo a scegliere quali metalli assorbire. Cosa che ha portato i micologi a definire il ”fungo di riferimento”, ciascuna specie con i propri metalli pesanti. Ma quale siano i percorsi dei metalli nel corpo umano, afferma Carmine Siniscalco responsabile del progetto Speciale funghi di Ispra, ”non e’ ancora chiaro”. Secondo i micologi dell’Amb, l’ Italia possiede oggi una banca dati enorme: oltre 9.000 esemplari di funghi e 300 campioni di suolo. Un archivio unico in Europa che ha portato la Ue a riscrivere la normativa europea sui contaminanti nei prodotti alimentari. (ANSA).Y99-GU
(10/06/2009)

 

 

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Meta glucosio e K fegato

 

Intervento sul metabolismo del glucosio: una nuova classe di farmaci contro il cancro del fegato


Il carcinoma epatocellulare è una delle neoplasie più altamente letali al mondo e rappresenta la terza causa più comune di mortalità per tumore.

Negli Stati Uniti, l’incidenza di carcinoma epatocellulare è in aumento, secondaria ad un concomitante aumento dell’epatite C; negli ultimi due decenni l’incidenza di carcinoma epatocellulare correlato a infezione da virus dell’epatite C ( HCV ) è triplicata.

La sopravvivenza globale rimane scarsa inferiore a 9 mesi e dipende in gran parte dalla fase della malattia; i pazienti con malattia in stadio intermedio hanno una migliore aspettativa di sopravvivenza a 3 anni rispetto ai pazienti con malattia in stadio avanzato ( 50% vs 8%, rispettivamente ).

Inoltre, la maggior parte dei pazienti vengono diagnosticati in fase avanzata della malattia a causa della sua natura asintomatica, così come a causa della mancanza di un marcatore precoce di rilevamento per carcinoma epatocellulare.

Nonostante i recenti progressi nelle strategie terapeutiche, trattare il carcinoma epatocellulare rimane un compito arduo a causa della sua natura aggressiva, più specificamente per il rischio di invasione locale, diffusione metastatica e alto tasso di recidiva dopo terapia curativa, come pure a causa del fatto che il carcinoma epatocellulare è in gran parte refrattario alla chemioterapia sistemica.

Così, è strettamente necessaria una strategia terapeutica efficace diretta alle vie specifiche o correlate del carcinoma epatocellulare. Inoltre, poiché il carcinoma epatocellulare si verifica in genere nel contesto di malattie epatiche di base ( cirrosi ), i potenziali nuovi farmaci candidati dovranno esibire anche un profilo di tossicità estremamente favorevole.

Metabolismo del tumore

Nei tumori, uno dei fenotipi esibiti più importanti è l’up-regolazione della principale via di produzione di energia, la glicolisi. Questo fenotipo glicolitico tumore-specifico alterato, scoperto da Otto Warburg decenni fa, gioca un ruolo cruciale in diversi processi di biosintesi che facilitano la crescita ininterrotta del tumore ed è un indispensabile evento metabolico critico per la crescita sostenuta e l’invasione dei tumori.

Data l’inefficienza della glicolisi rispetto alla fosforilazione ossidativa ( 2 molecole di ATP versus 36 molecole di ATP prodotte per molecola di glucosio, rispettivamente ), ci si potrebbe chiedere perché le cellule tumorali preferiscono la glicolisi.

La ragione principale di questa preferenza è che le cellule tumorali sono in grado di generare ATP attraverso la glicolisi a un ritmo molto più veloce rispetto alla fosforilazione ossidativa per soddisfare le richieste energetiche di una crescita maligna aggressiva.

L’aumentato metabolismo del glucosio tramite glicolisi fornisce alle cellule tumorali i substrati essenziali per la rapida proliferazione, il ribosio per la sintesi degli acidi nucleici e il piruvato per l’assemblaggio delle membrane cellulari.

Inoltre, un’abbondante offerta di glucosio facilita anche il metabolismo del glucosio attraverso la via dei pentoso fosfati ( PPP ), coinvolta in diversi processi di biosintesi, così come la difesa cellulare ( antiossidanti ) nei confronti delle specie reattive dell’ossigeno ( ROS ).

E’ ben noto che le cellule di epatocarcinoma mostrano un alto tasso glicolitico di altri tumori maligni aggressivi attraverso l’espressione differenziale di enzimi coinvolti nella prima fase del metabolismo del glucosio.

Infatti, mentre le cellule normali del fegato si affidano alla glucochinasi ( esochinasi di tipo IV ) per catalizzare il primo passo della glicolisi, le cellule di carcinoma epatocellulare up-regolano decisamente l’espressione di un’isoforma diversa, in particolare esochinasi di tipo II ( HK II ), mentre sostanzialmente down-regolano la glucochinasi . Allo stesso modo, altri enzimi glicolitici come la gliceraldeide-3-fosfato deidrogenasi ( GAPDH ), LDH, e altri sono up-regolati durante la trasformazione maligna del carcinoma epatocellulare.

La disparità nel tasso glicolitico tra le cellule tumorali e le cellule normali con un conseguente aumento della domanda per il glucosio nelle cellule tumorali è già stata utilizzata dal punto di vista diagnostico mediante tomografia a emissione di positroni ( PET ) per l’imaging del tumore con l’analogo del glucosio Fluorodeossiglucosio ( FDG ), ma non è mai stata sfruttata come un potenziale bersaglio terapeutico.

In realtà, poiché questo risultato è così onnipresente nel cancro, è considerato una firma biochimica delle cellule tumorali.

Questo è il motivo per cui il metabolismo tumorale è stato giustamente descritto come il tallone d’Achille del cancro, indicandolo come un possibile bersaglio terapeutico. Poiché le cellule maligne diventano dipendenti dalla glicolisi e dipendenti da questa via per generare ATP, l’inibizione della glicolisi ridurrebbe in modo sensibile la produzione di ATP nelle cellule tumorali e quindi ucciderebbe preferenzialmente le cellule tumorali risparmiando le cellule sane circostanti.

Avere come obiettivo la glicolisi per il trattamento del cancro dovrebbe quindi rappresentare una nuova promettente strategia terapeutica.

Metabolismo del tumore come obiettivo

Una nuova classe di farmaci antitumorali ha rinnovato l’interesse della ricerca sul metabolismo tumorale combinato con una crescente comprensione dei meccanismi molecolari coinvolti nella regolazione della glicolisi del tumore e ha contribuito allo sviluppo di agenti diretti alla glicolisi.

Anche se alcuni di questi agenti sono stati valutati in modelli tumorali preclinici per il loro potenziale terapeutico, la maggior parte non ha funzionato in clinica a causa della mancanza di efficacia e/o per il manifestarsi di tossicità significativa.

Recentemente, tuttavia, un bloccante metabolico, 3-Bromopiruvato ( 3-BrPA ), un analogo alogenato dell’acido piruvico, ha guadagnato una notevole attenzione per i suoi notevoli effetti antitumorali e il suo basso profilo di tossicità.

L’aggiunta dell’alogeno bromina all’acido monocarbossilico, piruvato, si traduce in proprietà alchilanti del composto. Come risultato, 3-BrPA si lega al suo bersaglio formando un legame chimico irreversibile.
I test in vitro contro le cellule del carcinoma epatocellulare umano hanno dimostrato che 3-BrPA inibisce la glicolisi e blocca la produzione di ATP, provocando apoptosi in modo dose-dipendente.

Ulteriori indagini con 3-BrPA radiomarcato hanno identificato l’enzima glicolitico, GAPDH, come l’obiettivo primario intracellulare di questo agente.
Il legame di 3-BrPA con GAPDH ha causato l’inibizione dell’attività dell’enzima e, di conseguenza, la produzione glicolitica di ATP che ha portato alla morte delle cellule per apoptosi.

Le procedure guidate da tecniche di imaging, soprattutto terapie intra-arteriose, svolgono un ruolo chiave nel trattamento dei pazienti con cancro al fegato.
Il vantaggio di approcci locoregionali è che forniscono non solo l’accesso al centro del tumore, ma anche al bordo.
Inoltre, all’interno del tumore possono essere raggiunte concentrazioni di farmaco molto maggiori, riducendo al minimo l’esposizione sistemica.

Come risultato, la somministrazione intra-arteriosa di 3-BrPA è stata testata in vari modelli animali di cancro al fegato. I risultati sono stati estremamente incoraggianti dato che i tumori sono stati sradicati con successo, nella maggior parte dei casi, prolungando la sopravvivenza in modo significativo.

Alcuni animali sono stati addirittura curati, nonostante il fatto che questi tumori siano estremamente aggressivi.
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Vitamina E e K prostata

 

Studio SELECT: la supplementazione di Vitamina-E associata a rischio di cancro alla prostata


Il rapporto iniziale dello studio SELECT ( Selenium and Vitamin E Cancer Prevention Trial ) non ha messo in luce una riduzione del rischio di carcinoma prostatico con supplementi di Selenio o Vitamina E, ma un aumento non-significativo del rischio di questo tumore con la Vitamina-E.

Un follow-up più lungo e un numero maggiore di eventi di cancro alla prostata hanno fornito ulteriori informazioni sulla relazione tra Vitamina-E e questo tumore.

Lo studio è stato condotto con lo scopo di determinare l’effetto a lungo termine di Vitamina-E e Selenio sul rischio di carcinoma alla prostata in uomini relativamente sani.

Hanno preso parte allo studio 35.533 uomini arruolati in 427 Centri in Stati Uniti, Canada e Porto Rico nel periodo 2001-2004.

I criteri di eleggibilità includevano un livello di antigene prostatico specifico ( PSA ) uguale o inferiore a 4.0 ng/mL, un esame digitale rettale non sospetto per carcinoma prostatico e un’età uguale o superiore a 50 anni per uomini di colore e 55 anni per tutti gli altri.

L’analisi primaria ha incluso 34.887 uomini assegnati in maniera casuale a 1 dei 4 gruppi di trattamento: 8.752 a ricevere Selenio; 8.737 Vitamina-E; 8.702 entrambi e 8.696 placebo.

L’analisi riflette i dati finali raccolti dai Centri sui loro partecipanti entro luglio 2011.

Sono stati somministrati Selenio per via orale ( 200 microg/giorno da L-Selenometionina ) con placebo al posto della Vitamina E, Vitamina E ( 400 UI/die di d,l-alfa-Tocoferil acetato ) con placebo al posto del Selenio, entrambi i supplementi o placebo, per un follow-up minimo pianificato di 7 anni e massimo di 12 anni.

La principale misura di esito era l’incidenza di tumore alla prostata.

Questo rapporto ha incluso dati per ulteriori 54.464 persone-anno di follow-up e 521 casi aggiuntivi di carcinoma alla prostata rispetto al report primario.

Rispetto al placebo ( gruppo di riferimento ) nel quale 529 uomini hanno sviluppato carcinoma prostatico, 620 uomini nel gruppo Vitamina-E hanno sviluppato il tumore ( hazard ratio [ HR ], 1.17; P=0.008 ); così come 575 nel gruppo Selenio ( HR=1.09; P=0.18 ) e 555 nel gruppo Selenio più Vitamina-E ( HR=1.05; P=0.46 ).

Rispetto al placebo, l’aumento assoluto del rischio di tumore prostatico per 1000 persone-anno è stato di 1.6 per Vitamina-E, 0.8 per Selenio e 0.4 per la combinazione dei due supplementi.

In conclusione, la supplementazione alimentare con Vitamina E aumenta in modo significativo il rischio di cancro alla prostata tra uomini sani. ( Xagena2011 )

Klein EA et al, JAMA 2011; 306: 1549-1556

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