Articoli Agosto

 

Nei funghi un possibile aiuto contro il cancro al seno

Contengono sostanze con proprietà anti-aromatasi, enzima coinvolto nella produzione di estrogeni

 

I funghi oltre ad essere un piacere per il palato, potrebbero anche essere utili per prevenire il cancro al seno.
I ricercatori del Beckman Research Institute of the City of Hope di Duarte (California, Usa) consigliano introdurre nella dieta almeno 100 grammi al giorno di questo alimento perché, assicurano, alcuni componenti interferiscono con l’azione dell’aromatasi. Un enzima che aiuta l’organismo a produrre estrogeni, gli ormoni coinvolti nel processo di formazione e crescita del tumore della mammella. Questo è il risultato della ricerca che è apparso sulla rivista Cancer Research.
Studiando sui topi gli effetti di sette vegetali con proprietà anti-aromatasi gli esperti hanno verificato che i funghi bianchi, una delle varietà più consumate a tavola, sono i più efficaci nell’inibire l’enzima. I loro estratti hanno, nei topi, ridotto sensibilmente la proliferazione delle cellule cancerose, bloccando la crescita della malattia. Includere i funghi nella propria alimentazione – sottolinea Shiuan Chen, a capo dello studio – può davvero contrastare il tumore al seno. Anche meno di 100 grammi al giorno può avere una notevole efficacia per la prevenzione.

 

Funghi per bonificare suoli contaminati da uranio impoverito

I funghi trasformano l’uranio impoverito nella sua forma minerale difficilmente penetrabile in piante, animali, falde acquifere e sono ideali per i processi di bioremediation

 

Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Dundee, in Scozia, mostra che i funghi potrebbero essere utili nel recupero delle aree contaminate da uranio impoverito. I funghi, infatti, riescono a “bloccare” l’uranio impoverito in una forma minerale difficilmente penetrabile in animali, piante e falde acquifere. Sembrano quindi gli organismi ideali per essere utilizzati in processi di bioremediation.
Inizialmente l’uranio metallico che contamina il terreno viene coperto da uno strato di ossidi, mentre l’umidità ambientale corrode l’uranio impoverito favorendo la colonizzazione da parte dei funghi. I funghi, crescendo, producono sostanze acide che corrodono ulteriormente il metallo. Tra le sostanze prodotte dai funghi vi sono degli acidi organici che convertono l’uranio in una forma che i funghi riescono ad assorbire, facendolo poi interagire con altri composti. Alla fine del processo, l’uranio solubile con alcuni fosfati porta alla formazione di un nuovo minerale di uranio che viene depositato intorno alla biomassa del fungo.


Geoffrey Gadd, che ha guidato la ricerca, spiega: “Il nostro lavoro ci conferma le incredibili capacità dei microrganismi di effettuare trasformazioni sui metalli e sui minerali presenti nell’ambiente. Poiché i funghi sono dei perfetti agenti bio-geochimici – sottolinea il ricercatore – e spesso dominano i biota nei suoli contaminati e inoltre hanno un ruolo fondamentale nella colonizzazione e nella sopravvivenza delle piante attraverso la loro associazione con le radici, bisogna prenderli in considerazione nel trattamento e nel recupero dei suoli contaminati.”
Lo studio è stato pubblicato sull’ultimo numero di Current Biology.

 

In arrivo un farmaco anti-cancro che blocca l’angiogenesi

Si chiama lodamina, origina da un fungo ed è stato messo a punto con l’utilizzo di nanotecnologie: promette di combattere efficacemente molte forme di tumore colpendo i vasi sanguigni

 

 

La SynDevRx, un’azienda privata di biotecnologie di Cambridge, nel Massachusetts produrrà un farmaco anti-cancro molto promettente. Si tratta della lodamina, un inibitore dell’angiogenesi e agisce sui vasi sanguigni che nutrono i tessuti tumorali inibendone la crescita e di conseguenza affamando il tumore. Questo farmaco è stato sviluppato grazie agli esperimenti del dottor Judah Folkman, ora scomparso, considerato il padre delle terapie antitumorali basate sull’inibizione dell’angiogenesi. Folkman e colleghi hanno lavorato su questo farmaco per circa 20 anni e ora sembra pronto. Viene somministrato in forma di pillola e non causa effetti collaterali. I test in laboratorio sui topi hanno mostrato la sua efficacia contro diverse forme di cancro, tra cui quello al seno, alla prostata, al cervello, all’ovaio, all’utero e contro il neuroblastoma.
Ofra Benny e gli altri ricercatori del Children’s Hospital di Boston e dell’Harvard Medical School che hanno condotto i test e gli studi sulla lodamina, hanno spiegato che aiuta a bloccare i tumori primari e previene la loro diffusione.


Il farmaco, in origine, è stato isolato dal fungo Aspergillus fumigatus fresenius e in campo sperimentale era conosciuto come TNP-470. Le proprietà di questo fungo sono state scoperte casualmente da Donald Ingber: mentre cercava di far crescere le cellule endoteliali che rivestono i vasi sanguigni, la muffa aveva intaccato le cellule in modo da impedire la crescita dei capillari. Nel 1990, Ingber e Folkman avevano sviluppato il TNP-470 in Giappone con l’aiuto della Takeda Chemical Industries ma il farmaco agiva sul cervello e causava numerosi effetti collaterali tra cui depressione e vertigini e la somministrazione doveva essere continua, a causa della sua scarsa permanenza nell’organismo. I due ricercatori cercarono di migliorarlo ma non vi riuscirono.
La svolta si è avuta con il lavoro di Benny e colleghi che hanno utilizzato le nanotecnologie per attaccare due polimeri (a forma di pon pon) al TNP-470, per proteggerlo dagli acidi dello stomaco. La lodamina, il farmaco modificato, va dritto alle cellule tumorali e non causa effetti collaterali. Gli effetti sono molto positivi, riesce anche a distruggere melanomi e tumori polmonari.
I ricercatori hanno spiegato: “Dato che il metodo di somministrazione è orale, la pillola raggiunge prima il fegato, mostrandosi particolarmente efficace nei topi nel prevenire lo sviluppo di metastasi epatiche. La metastasi epatica è molto comune in molti tipi di tumore, e spesso è associata a una prognosi e a un’aspettativa di vita negative”. Benny ha concluso: “Non mi sarei mai aspettato un effetto così forte su queste forme di tumore così aggressive”. La ricerca è pubblicata su Nature Biotechnology.

 

I funghi decontaminano anche le traversine ferroviarie

Questo legno è trattato con una sostanza velenosa che ne allunga la vita oltre il tempo naturale di degradazione, e la specie Pleurotus ostreatus è particolarmente indicata nell’azione di risanamento

Il nome scientifico è Pleurotus ostreatus, ma i più lo conoscono come fungo Pleos, volgarmente usato per i diversi cloni coltivati. Oltre alle ben note qualità gastronomiche, il Pleurotus è anche uno dei più usati nel ripristino ambientale degli ecosistemi contaminati da sostanze tossiche. Un processo che prende il nome di bioremediation: microrganismi, funghi, piante e i loro enzimi sono capaci di riportare alla condizione originaria un ambiente naturale che è stato inquinato da contaminanti. Le ricerche dei biologi stanno mettendo in luce le potenzialità fino ad oggi poco conosciute dei funghi: oltre ad essere potenti indicatori dello stato di salute di un ecosistema, possono aiutare in modo concreto a «ripulirlo» da eventuali sostanze nocive immesse dall’uomo in un habitat naturale. Il Progetto «Speciale Funghi» dell’Ispra sta analizzando, nel corso di seminari mensili, le enormi potenzialità di questi organismi viventi. «Stiamo mettendo a fuoco con chiarezza quale ruolo cruciale svolgano i funghi nell’equilibrio degli ecosistemi e quali potenzialità enormi possiedano» ha affermato Carmine Siniscalco, micologo dell’Ispra e coordinatore del progetto. Questa volta, il seminario ha affrontato il tema della biorimediazione attraverso le tecniche biologiche. Tra le varietà di funghi utilizzate nel ripristino ambientale vi sono proprio i Pleurotus. La sperimentazione ha dimostrato che questa specie può decontaminare le traversine ferroviarie trattate con creosoto, una sostanza che conserva il legno per 30 anni oltre il tempo naturale di degradazione. I funghi basidiomiceti demoliscono le matrici legnose fino ad annullare la tossicità della traversina. Ma non solo: buoni risultati arrivano anche dalle sperimentazioni effettuate sugli antibiotici rinvenuti nelle acque e nel suolo, così come sulle aree inquinate da lindano.
Luciana Migliore (Università Tor Vergata, Roma) ed Emanuela Galli (Ibaf-Cnr) lavorano da tempo all’applicazione dei funghi come biorimedio: «L’approccio biologico è il futuro del ripristino ambientale – ha detto la Migliore -. Con la crisi economica in corso, sarà sempre più difficile affrontare le spese di costose tecniche di risanamento non biologiche». Gli ambienti acquatici sono stati i primi ad essere danneggiati dalle sostanze tossiche ed esistono tecniche ormai collaudate per rimediare all’inquinamento (per esempio con i depuratori, che funzionano grazie a batteri e funghi). Poco e male si è intervenuti sul suolo: sia perché è un sistema molto complesso che ad oggi richiede maggiori studi, sia per il fatto che l’inquinamento del suolo, restando spesso latente, non è considerato dall’opinione pubblica come una vera minaccia. Al contrario, è il collettore di elementi e composti tossici che contaminano l’ambiente naturale a vari livelli, e spesso nasconde vere e proprie «bombe chimiche a tempo».

NEI FUNGHI PIOMBO E MERCURIO, MA ANCHE ZIRCONIO E VANADIO: RAPPORTO EUROPEO

(ANSA) – ROMA, 10 GIU – Porcini al cadmio, ovoli al piombo e champignon al boro. I funghi, si sa, possono essere velenosi. Questi invece assorbono, in modo naturale, sostanze chimiche potenzialmente tossiche. Non e’ chiaro pero’ quale sia il limite oltre cui queste diventano nocive per la salute dell’uomo. La risposta e’ nel rapporto ‘Eur Report – Elementi chimici nei funghi superiori’, edito dal Jrc della Commissione europea e presentato dall’Istituto superiore di protezione ambientale (Ispra). Lo studio – riferisce l’Ispra – parte dalla domanda su quale possa essere il livello massimo di sostanze consentite. Si analizzano cosi’ le concentrazioni di 35 elementi chimici presenti in 9.000 campioni di funghi per definire i valori-limite oltre cui i metalli diventano dannosi per la salute dell’uomo e degli ecosistemi terrestri. Oltre a porcini e ovoli, c’e’ poi il caso dell’amanita muscaria: l’unico essere vivente in natura a accumulare zirconio e uno dei pochi a concentrare il rarissimo vanadio. Ma se un fungo contiene un alto livello di piombo non vuol dire che sia il terreno a essere contaminato. Significa che e’ il fungo a scegliere quali metalli assorbire. Cosa che ha portato i micologi a definire il ”fungo di riferimento”, ciascuna specie con i propri metalli pesanti. Ma quale siano i percorsi dei metalli nel corpo umano, afferma Carmine Siniscalco responsabile del progetto Speciale funghi di Ispra, ”non e’ ancora chiaro”. Secondo i micologi dell’Amb, l’ Italia possiede oggi una banca dati enorme: oltre 9.000 esemplari di funghi e 300 campioni di suolo. Un archivio unico in Europa che ha portato la Ue a riscrivere la normativa europea sui contaminanti nei prodotti alimentari. (ANSA).Y99-GU
(10/06/2009)

 

 

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