Privacy Policy

Forfora: mappato il genoma del fungo

Forfora: mappato il genoma del fungo che la provoca

Materiale editorialeDescrizione e modalità di aggiornamento

Un team di ricercatori statunitensi ha annunciato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences la completa mappatura del DNA del fungo che provoca la forfora, Malassezia globosa. La Stampa riporta la notizia spiegando che la scoperta apre la strada alla messa a punto di nuove cure, per la forfora e anche per altre malattie della pelle.

Con un lavoro durato cinque anni Thomas Dawson ricercatore in un laboratorio di Cincinnati e i colleghi, sparsi in molti altri centri di Usa, Canada e Olanda, hanno scoperto i meccanismi che rendono la piccola creatura tanto insidiosa.

«Persa l’originaria capacità di produrre gli acidi grassi essenziali per il suo nutrimento, il Malassezia ha imparato a cibarsi di quelli rilasciati dalle ghiandole sebacee. Non contento, dopo ogni pasto il fungo rilascia sostanze tossiche che irritano l’epidermide, squamano il cuoio capelluto e provocano la forfora. Le istruzioni sono contenute nei 4.285 geni appena identificati e “scritti” in nove milioni di lettere di DNA. A chi ha stomaco interesserà sapere che lo schifoso fungo produce enzimi particolari – le lipasi – e li utilizza per rompere il sebo e creare al suo posto acido oleico. E’ questo che penetra lo strato superficiale della pelle e scatena un ricambio anomalo, cioè velocissimo, delle cellule. Si spiega così l’imbarazzante pioggia bianca», scrive la Stampa.

Secondo gli scienziati, ogni proteina secreta può rappresentare una possibile chiave per sviluppare prodotti anti-forfora più efficaci.

Il Malassezia, inoltre, è considerato il colpevole o almeno il complice di molte malattie della pelle, «comprese eczemi, dermatiti e psoriasi. E’ responsabile anche di molte allergie e alcuni tipi sono coinvolti in sindromi del sistema immunitario. E se non basta, il fungo ha strettissimi rapporti di parentela con quelli che attaccano le basi dell’alimentazione, il grano e il mais».

Rispondi