Dieta Macrobiotica e Tè Verde

DIETA MACROBIOTICA  e  TE’  VERDE

Diabete in equilibrio con lo yin e lo yang?

 

15 NOVEMBRE 2012

Per combattere il diabete, una fra le malattie croniche più preoccupanti, e in più rapida espansione, si sa da tempo che l’alimentazione è fondamentale, sia per il contenimento del peso corporeo che per il tasso glicemico nel sangue, responsabile del nostro fabbisogno di insulina. Un’alimentazione consapevole e bilanciataconsente non solo di prevenire l’insorgere della malattia, ma anche, in alcuni casi, di costituire una cura efficace permettendo la sospensione dei farmaci, in particolare rispetto al diabete di tipo 2, quello tipico della maturità. Vanno in questa direzione i risultati clinici presentati a Madrid il 14 novembre nel corso del settimo World Congress on the prevention of diabetes and its complications e ottenuti all’interno del primo progetto Diabete Ma-Pi Italia, sui quali ha già riferito in aprile alla Sapienza di Roma Francesco Fallucca, docente di endocrinologia per lo stesso ateneo e presidente del Centro internazionale studi sul diabete.

In soli 21 giorni di dieta Ma-Pi 2, è stato infatti rilevato, i pazienti diabetici di tipo 2 coinvolti nella sperimentazione hanno visto rientrare tutti i parametri ematochimici nella normalità potendo sospendere l’assunzione di farmaci. Alla base di questi risultati ragguardevoli le teorie e la sperimentazione di Mario Pianesi, il padre della macrobiotica italiana, una filosofia e una pratica di vita molto più e prima che uno strumento di cura. Di cosa si tratta?

Vivere macrobiotico, secondo l’accezione che ne danno i suoi sostenitori, significa mantenere in costante equilibrio lo yin e yang, le due forze antagoniste e complementari che governano l’universo nel taoismo e nel confucianesimo, le filosofie dell’antichità classica cinese. Vivere, perché il macrobiotico non è solo una scelta culinaria, ma un vero e proprio stile di vita. Il termine nasce nel 1700 con l’igienista tedesco Gregor von Hufeland; la disciplina come noi la conosciamo è stata però elaborata e resa popolare nel ’900 dal giapponese Nyoiti Sakurazawa, meglio conosciuto con il suo pseudonimo di Georges Ohsawa, che si ispirò alle regole alimentari dei monaci buddisti. La macrobiotica si basa sull’assunto che il cibo che si consuma si suddivide in due gruppi Yin (acido: frutta, tè, etc.) e Yang (alcalino: sale, carne, pesce, etc.), e ci sono poi dei cibi “bilanciati” quali i cereali, i legumi e i semi oleosi. L’equilibrio nel cibo tra questi due principi, e la loro assunzione controllata manterrebbe in equilibrio e salute l’uomo.

Un importante contributo allo sviluppo di questa disciplina è stato dato in Italia da Mario Pianesi, che ha fondato, nel 1980 l’associazione “Un Punto Macrobiotico” ed elaborato nel tempo alcune diete tipo (diete Ma-Pi). Una sperimentazione partita negli anni Settanta, con la coltivazione diretta di cereali, verdure e legumi senza l’uso di additivi chimici, e proseguita con la messa a punto di regimi alimentari rispettosi di equilibri tra ying e yang e con la promozione presso agricoltori locali del recupero di colture dimenticate e di sementi antiche non ibride in grado di autoriprodursi. In poco più di trent’anni questa realtà associativa e la proposta che porta avanti si sono diffuse nel mondo; non solo con ristoranti dove i cereali integrali in chicchi la fanno da padroni e il latte e i suoi derivati sono banditi, ma anche con negozi, mense, forni, case editrici, sale da tè, laboratori di abbigliamento, calzature, vernici, arredamento (tutto, si intende, rigorosamente naturale e vegetale).

L’aura è molto romantica e da un lato evoca storie come quella del kamut (così battezzato nel Montana dove lo ritengono antichissimo, Il grano del faraone Tut,e più o meno venerato come lui per la redditività che permette ai suoi coltivatori) o dei frutti dimenticati dell’“orto” nato da un’idea di Tonino Guerra a Pennabilli – neo Romagna dopo il referendum del 2006 – dove sono risorte svariate specie di mele, pere selvatiche, bacche e frutti di bosco che la moderna agricoltura aveva allontanato anche dalla memoria: l’azzeruolo, la pera cotogna, il biricoccolo. Dall’altro, suscita polemiche e dibattiti complessi, ad esempio, sulle coltivazioni erbacee e il controllo delle infestanti, per tacere di quelle sugli ogm o sull’uso talvolta improvvido del suffisso “bio”.

Al di là delle riflessioni necessarie – e potenzialmente interminabili – sul grande potenziale socio-economico  delle coltivazioni biologiche e biodinamiche come della macrobiotica e dei temi ad essa legati, resta il fatto oggettivo, oltre che della salubrità di certe abitudini alimentari che affondano le radici nel buonsenso di tradizioni e territori, del riconoscimento mondiale al contributo che le diete pianesiane (le cinque diete Ma-Pi), a partire dalla provincia marchigiana, hanno portato nel trattamento di alcune malattie croniche, e in particolare proprio il diabete.

Per Pianesi, promotore anche dell’Etichetta trasparente, un accurato sistema di certificazione dei prodotti alimentari che rispetto alla certificazione bio dà conto anche del tipo di semina, crescita, concimazione, raccolto della pianta da cui essi derivano, gli onori in patria arrivano dopo anni di diffidenze, e dopo diversi importanti apprezzamenti dall’estero, come quelli di Tara Gandhi, nipote del Mahatma e sua “erede spirituale”, del mondo arabo e dall’America latina. Qui, per esempio, l’Accademia delle scienze di Cuba gli ha riconosciuto il merito di aver modificato le abitudini alimentari e di vita di milioni di persone in cinque continenti “attuando da più di quarant’anni quello che le Nazioni Unite e i capi di Stato del Pianeta hanno iniziato ad auspicare appena un mese fa all’incontro internazionale a New York sulle malattie croniche che stanno annientando l’umanità”. Assieme alla soddisfazione per avere studiato un metodo efficace di cura capace di aiutare molti malati, un risultato non da poco. E ottenuto con un biblico piatto di lenticchie (più cereali, verdure e dolce semplice).

S.V.

Il tè verde abbassa la glicemia?

Un estratto di tè verde può contribuire a ridurre il rischio di sviluppare il diabete in pazienti con la glicemia al limite

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Uno studio sui benefici effetti del tè verde non poteva che arrivare dal Paese del Sol levante: e proprio un ricercatore dell’università di Shizuoka, in Giappone, racconta sull’’European Journal of Clinical Nutrition che un estratto di questa tipica bevanda orientale sarebbe in grado di ridurre l’emoglobina glicata in pazienti con la glicemia elevata.

RIDUZIONE – Il dottor Fukino ha coinvolto 60 volontari con una glicemia borderline, a rischio di sviluppare un vero e proprio diabete; a metà di loro ha dato un placebo, all’altra metà ha somministrato tutti i giorni per due mesi un estratto di tè verde in cui erano presenti 544 milligrammi di polifenoli (456 milligrammi di catechine). Al termine dei due mesi ha «incrociato» i gruppi, così da sottoporre al trattamento anche gli altri partecipanti. All’inizio dello studio, dopo i primi due mesi e alla fine dei quattro mesi Fukino ha misurato diversi parametri, accorgendosi che il tè verde aveva ridotto l’emoglobina glicata e la pressione dei soggetti trattati. «Fukino aveva già presentato risultati simili nel 2005», ricorda Paolo Cavallo Perin, presidente della Società Italiana di Diabetologia. «Il meccanismo protettivo sarebbe merito delle proprietà antiossidanti dei polifenoli, che aiuterebbero a ridurre la glicemia. Bisogna notare, però, che stando ai risultati appena usciti l’effetto sull’emoglobina glicata è limitato: scende di meno di mezzo punto, da 6.2  a 5.8. Non si butta via niente, certo, però è un risultato inferiore a ciò che si otterrebbe con una dieta adeguata». Sottolinea la scarsa significatività anche Andrea Ghiselli, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, che aggiunge: «Peraltro a guardare bene i dati non sembra che ci sia un controllo dell’alimentazione dei partecipanti: difficile trarre conclusioni solide. La sensazione è che si tratti dello sforzo di “vendere” un proprio prodotto tipico: noi scopriamo sempre nuovi pregi del vino, in Giappone magnificano le doti del tè verde».

 

SUPPLEMENTI – «Dobbiamo poi tracciare la differenza che c’è fra introdurre gli antiossidanti con l’alimentazione quotidiana o attraverso supplementi», aggiunge Cavallo Perin. «Qualche tempo fa, ad esempio, lo studio su grande scala HOPE dimostrò che la vitamina E a dosaggio farmacologico, assunta perciò come integratore, non riduce gli eventi cardiovascolari. E il problema è proprio questo: i supplementi a base di antiossidanti hanno dato spesso buoni risultati nel ridurre di volta in volta glicemia, pressione, colesterolo, ma hanno finora sempre fallito nel ridurre ciò che davvero ci interessa, ovvero il rischio di andare incontro a eventi cardiovascolari. Se non riescono in questo, però, gli integratori finiscono per essere solo “cosmetici”: rendono più belli gli esami, ma non guariscono i pazienti né modificano il loro destino». Diverso è appunto il discorso se è l’alimentazione, sana ed equilibrata, a fornire le giuste dosi di antiossidanti. «In pazienti borderline come quelli studiati dal ricercatore nipponico, ad esempio, dieta e attività fisica prevengono la comparsa del diabete», dice il diabetologo. «Certo, i risultati ottenuti con l’estratto di tè verde non sono disprezzabili e di certo non dobbiamo scoraggiare il consumo di questa bevanda, ma allo stesso modo non avrebbe senso consigliare alla gente di berne in quantità o di assumerne l’estratto per prevenire il diabete», conclude Cavallo Perin.

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